Noi liberali possiamo comprendere la necessità di non disturbare “il manovratore” (Conte), che emette editti chilometrici un mese sì e l’altro pure: “si sa mai… purché non gli capiti di scordarsi di qualcuno di noi…”
Possiamo capire anche quanto possa essere disagevole andare controcorrente per chi è uso fare della “norma speciale” l’unico perno su cui far leva per andare avanti: in presenza di un encefalogramma piatto in confronto a quelle pionieristiche intuizioni novative che hanno fatto scuola in passato  rendendo grande l’impresa italiana..
Possiamo anche intuire quanto la pandemia abbia fatto risaltare in tutta la sua incapacità un Parlamento di fatto resettato a seguito della  lobotomizzazione che il trionfo delle pulsioni qualunquistiche nel 2018 hanno originato targato M5S…
E potremmo pure far passare il concetto di quanto sia sempre in voga (per certi ambienti speriamo in via di estinzione) la logica del “che vinca l’uno o l’altro, per me pari sono, di qua devono passare”…
Ma quello che ci suona oltremodo sospetto è il motivo per cui una silente Confindustria si sia sentita in dovere di prendere una posizione che, di fatto, è politica al 100%…
Forse perché, dalla boriosa e autoreferenziale maggioranza di governo alla finta opposizione, tutta la nomenklatura politica italica si accinge a dire di sì a una riforma che, di fatto, è un aborto e che ridurrà ai minimi termini la nostra rappresentanza territoriale?
A una micro-riforma, poi, che non farà altro che risparmiare risibili spiccioli in una immensa spesa pubblica, in uno Stato-mangiatutto che occulta la generale incapacità di avviare coraggiose riforme, capaci di bloccare quella persistente emorragia di nostro denaro e che ci sta soffocando da decenni?
E che si autoriproduce, anno dopo anno, posto che nessuno ha mai avuto avuto l’ardimento di tagliarlo bene -tale debito- e in modo sostanziale?
“NO”: noi liberali restiamo del tutto basíti di fronte a tanta unanime e arrendevole incompetenza.
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