Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ne “Il Gattopardo”,  fa dire al protagonista del suo romanzo, Don Fabrizio Corbera, principe di Salina: “il sonno è ciò che i siciliani vogliono ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare”.

La frase, naturalmente, può riguardare tutti gli italiani e non solo i siciliani: anzi, si può dire che essa sia l’espressione caratteristica di tutti i popoli che si ritengono più furbi degli altri e che, per vivere meglio, prediligono il motto delle tre scimmiette: non vedere, non sentire e (soprattutto) non parlare.

Ovviamente, a Tomasi di Lampedusa si attribuisce lo stesso pessimismo cosmicodel suo avo lontano Giacomo Leopardi (la parentela tra i due ceppi familiari è sostenuta da Monaldo, padre di Giacomo, in un suo scritto in un’epoca in cui egli  non poteva di certo prevedere la gloria che avrebbe unito suo figlio a Giuseppe).

Oggi, è diventato necessario chiedersi se,  almeno per ciò che riguarda la valutazione del conformismo pavido degli Italiani, sia possibile andare anche oltre nel giudizio negativo.

Ciò che sta accadendo, in questi giorni, a proposito dell’utilizzo dei fondi dell’Unione Europea (elargiti con imprevedibile e sospetta  larghezza), potrebbe anche dimostrare che una stragrande maggioranza di italiani sia più che “furba”, irrimediabilmente “tonta”. Non vede….non per consumata astuzia, ma proprio perché ha il prosciutto sugli occhi.

E ciò in considerazione del fatto che i segnali d’allarme per “svegliare” gli Italiani dal “sonno” di cui parla Don Fabrizio nel romanzo citato sono molteplici e soprattutto chiari.

Per comprenderne il significato occorre “ragionare” e leggerli, come suole dirsi, tra le righe, senza paraocchi.

Per la prima volta nell’Unione Europea, in conseguenza dei disastri provocati dalla pandemia del Coronavirus, si è registrato un contrasto, mai emerso prima in modo così evidente,  tra Stati “frugali” e Stati “dissipatori”.

Nessun Stato-membro ha messo in dubbio che l’Unione Europea (e i banchieri che la sorreggono) dovesse tirar fuori dai “forzieri” un bel po’ di quattrini, se voleva sopravvivere.

Il problema è sorto circa l’utilizzo di tanta moneta, ma è stato avvolto in una serie di cortine fumogene diffuse da una parte e dall’altra.

I Paesi frugali (subito definiti dal sistema mass-mediatico del vecchio continente: “cattivi”, con evidente intento incriminatorio) si opponevano alla concessione di ingenti somme di denaro a quelli considerati “dissipatori” (che per implicita deduzione dovevano considerarsi “buoni”e “nel cuore” dei tecnocrati di Bruxelles) per un motivo evidente, nonostante il linguaggio criptico usato.

Essi affermavano di temere che più che a risolvere i problemi della crescita economica e produttiva,  giunta ai minimi storici, quei fondi sarebbero serviti a fare “elemosina” (“carità pelosa”, secondo un’espressione ormai in disuso) sotto forma di bonus, sussidi, redditi di varia denominazione (cittadinanza, emergenza), cunei fiscali e riduzione delle tasse (ma soltanto per i meno abbienti), peggiorando in tal modo, anzi che migliorare, la situazione generale della produzione industriale.

I “segnali” che gli Italiani avrebbero dovuto scorgere per “meditarvi sopra” erano due:

il primo che i “dissipatori” erano usciti vincenti;

il secondo che la cancelliera tedesca, Angela Merkel, da sempre feroce accusatrice dei Paesi che violavano le regole sul pareggio del bilancio statale e i contenimenti dell’austerity(il cosiddetto “sforamento”) si era inopinatamente convertita al “verbo dei dissipatori” ed aveva fatto un inatteso dietro-frontrispetto alle richieste degli Stati Nordici, con i quali si era pur sempre trovata in perfetto accordo (soprattutto se si trattava di svillaneggiare l’Italia).

La domanda che gli Italiani dovevano porsi era un semplicissimo: perché tale cambiamento di opinione dopo avere sempre ostacolato il tentativo degli Italiani e di altri Paesi derelitti dell’Unione di sottrarsi alla camicia di Nesso dei vincoli di spesa? Unrevirimentsentimentale, un improvviso amore per l’Italia sembra da escludersi.

La risposta è altrove: il Covid19 aveva messo in pericolo la stessa sopravvivenza dell’Unione e in base a un elementare calcolo “costo-benefici” per i banchieri di Wall Streete della Citytirare fuori dalla “cassaforte” parte del tesoro accumulato in decenni di giungla creditizia era una necessità inevitabile.

La tesi dei Paesi frugali, puntando a una ripresa del sistema industriale dei Paesi membri, contrastava con l’obiettivo, perseguito in apicibus,  di liberare l’intera Unione proprio dalla presenza di un’industria manifatturiera, che in realtà era ben vista solo se “delocalizzata” in Paesi emergenti.

La tendenza alla conservazione in buona salute   dell’industria manifatturiera  è obiettivamente contraria ai principi del finanzcapitalism che, oltre tutto, ha molti atout per il suo successo.

A differenza di quello latifondistico, il feudalesimo monetario si  poggia non su una sola classe dominante ma sulla sua condivisione da parte di tutte le classi e ceti sociali: operatori nel terziario, operai, commercianti, professionisti che hanno investito i loro risparmi in prodotti finanziari e sono interessati a monetizzare la loro ricchezza.

Se gli Italiani si fossero posti questa domanda e avessero anche ipotizzato le possibili risposte (invito i lettori a cercarne altre oltre quella enunciata sopra), probabilmente, si sarebbero resi conto di essere quotidianamente presi per i fondelli da un sistema informativo che li invita a gioire e osannare all’Europa unita per il patibolo che essa, con molta intelligenza, sta preparando per “impiccare” il Bel Paese.

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

 

 

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