Dal crollo dell’impero sovietico, non v’è forza politica che non si definisca “liberale”.

La necessità di fare ordine nei termini e nei concetti più abitualmente usati, parlando di “liberalismo”,  è divenuta  più  essenziale che mai. E ciò possibilmente senza fare ricorso all’abusata tripartizione “destra-centro-sinistra” che può solo confondere ulteriormente le idee, anzi che chiarirle.

La prima espressione da chiarire è “liberal conservatore” che non è affatto sinonimo di reazionario, anche se nell’uso comune v’è un uso promiscuo dei due termini.

Un “reazionario” tende a ripristinare un assetto sociale e politico che è stato storicamente superato; è un fautore e un nostalgico del “passato”, del “vecchio” pregiudizialmente contrario al nuovo.

Un “liberal conservatore” , invece, intende conservare “l’esistente” perché lo ritiene migliore di ogni mutamento della realtà socio-politica; non solo non vuole  qualcosa di nuovo e di diverso, ma non intende neppure “ripristinare” un bel niente. Gli sta bene ciò che “è”. Punto!

Se si scende all’analisi delle situazioni politiche concrete, tutto diventa più chiaro.

Oggi sono liberal-conservatori Donald Trump e Boris Jonhson.

La loro azione politica tende, infatti, a mantenere in vita (idest: conservare)  il capitalismo industriale-manifatturiero  che altre forze politiche e sociali  vorrebbero trasformare in capitalismo finanziario o monetario, realizzando, in concreto, la profezia di Karl Marx sulFinanzcapitalism.

Con evidente pasticcio terminologico a volere ciò, sono invece (sempre, nel mondo anglosassone) i sedicentiliberal, che, per distinguersi dai conservatori,  si autoqualificano  “progressisti” e “innovatori”; essi affermano di richiamarsi alla cultura europea della parte continentale che, com’è noto, è fortemente influenzata dalla cultura franco-tedesca (illuminismo gallico e idealismo hegeliano).

Allo stato delle cose, quindi,  è liberal chi contrasta il sistema industriale, con le sua asserite strutture manifatturiere inquinanti, ritenute responsabili della progressiva e ineluttabile distruzione del Pianeta (buco nell’ozono, riscaldamento della crosta terrestre e via dicendo).

liberal,  pur senza dichiararlo espressamente (sarebbe un suicidio politico farlo), tendono a  favorire il monetarismo dell’alta Finanza di Wall Streete della Citye annoverano molti seguaci:  i democratici americani, i laburisti e i liberalinglesi, i socialdemocratici e i cristiano sociali eurocontinentali, i liberali dell’ALDE, italiani inclusi.

I due schieramenti sono in guerra tra di loro e gli eserciti contrapposti conoscono bene il valore delle alleanze. Non sempre, però, all’intento coalizzatore corrispondono scelte adeguate.

Lo schieramento liberalè molto più robusto a appare, allo stato, destinato a risultare vincente.

Esso si attesta su posizioni universalistichereligiose (ecumenismo delle religioni monoteistiche mediorientali), politiche (marxismo) ed economiche (globalizzazione) e allinea: i finanzieri di New York e di Londra, i tecnocrati di Bruxelles, i banchieri e coloro che tramutano i loro risparmi in depositi bancari, i possessori di azioni immobiliari o mobiliari gestiti dagli istituti di credito (con o senza “bolle”) e altri operatori del settore, la Massoneria prevalentemente ebraica come equivalente  organizzato del coagulo di interessi ruotante intorno alla Chiesa cattolica e rappresentato dal Vaticano attraverso lo IOR, i partiti ex comunisti ed ex democristiani eurocontinentali, i liberali di matrice idealistica tedesca, sedicenti liberalall’europea.

liberalconservatori, sostenitori dell’individualismo presocratico e precristiano, della politica come gestione della polis,  della netta distinzione tra politica e morale, puntano sul malcontento della media borghesia che vede di malocchio lo sminuimento del ruolo dell’Uomo nel processo di produzione della ricchezza; sia a livello di ideatore, di creatore di opifici  e di managersia di lavoratore “del braccio e della mente” (come si diceva un tempo).

La guerra, ovviamente, ha le sue regole inesorabili ed è essenziale capire e conoscere, senza incertezze, non soltanto chi sia il nemico ma anche quelli che possono essere gli eventuali alleati.

Guai a sbagliare le scelte!

In Italia, per esempio, se alcune forze politiche ritengono di dover contrastare l’Unione Europea,  per la sua politica che  impedisce investimenti nel settore produttivo  con la regola del pareggio di bilancio e le misure di austeritye  predilige nella distribuzione dei quattrini stanziati per contenere i danni del coronavirus  i Paesi con tendenza politica alle misure pauperistiche (bonus, sussidi, redditi, cunei fiscali, riduzione delle tasse nelle aliquote più bassse e via dicendo) rispetto a quelli portati a investire nell’attività creativa di nuova ricchezza non possono non rendersi conto che non si può andare in guerra contro l’Alta Finanza schierandosi al fianco di chi è proprietario di banche e ha collocato i propri amici in organi di consulenza finanziaria internazionale.

E, inoltre,  che è del tutto inconcepibile andare alla medesima guerra stringendo tra le mani collane per il Rosario, quando è noto che il Vaticano è tra le potenze bancarie più potenti del mondo e sta certamente dall’altra parte.

Il fatto è che per impedire che i finanzieri anglo-americani e i tecnocrati di Bruxelles, nemici della ripresa industriale del vecchio Continente (un tempo egemone a livello mondiale) realizzino un diverso modello di civiltà (quello del finanzcapitalismprevisto da Marx) facendo danni irreversibili all’economia industriale italiana occorrerebbe un partito liberalconservatore;che in Italia non c’è e che forse non ci sarà mai!

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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