Che la scuola non possa permettersi ulteriormente di chiudere i battenti, è fatto talmente evidente che non necessita di discussioni. Prima a chiudere, ultima a riaprire – nel quadro dei paesi UE – la scuola italiana si trova oggi di fronte all’obbligo morale e sociale di rimboccarsi le maniche e di avviare una nuova fase di ripresa, seppure in un quadro così incerto.
Il problema per la scuola non è quindi se riaprire, ma come riaprire. E qui scatta il corto circuito della politica italiana, e di questo governo in particolare, che a fronte di una situazione oggettivamente senza precedenti e che richiederebbe misure altrettanto eccezionali, non riesce a rispondere se non con le modalità solite della solita vecchia politica: ossia con l’ipocrisia. Il Dpcm del 7 settembre 2020 recante misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologicada COVID-19, proroga al 7 ottobre 2020 tutte le ordinanze e le disposizioni assunte in precedenza dal Governo e dal Ministero della Salute per il contenimento della pandemia; e fra queste l’obbligo della mascherina in luoghi chiusi e aperti al pubblico. È chiaro che gli istituti scolastici rientrino pienamente nella definizione di “luoghi chiusi e aperti al pubblico”, ma stranamente, da indicazioni del CTS (il Comitato tecnico-scientifico della cui consulenza si avvale il Governo) si esentano gli studenti – di ogni ordine e grado – dall’indossare la mascherina, se non in mancanza di distanziamento minimo di un metro (per i ragazzi dai 6 anni in su). In pratica ciò che è vietato per
tutti i cittadini, si presume sulla base di evidenze scientifiche, è invece consentito per la scuola. Se però l’indice di trasmissibilità della malattia Sars-Cov-2 nei giovani è da considerarsi pari a quello degli adulti, secondo le ripetute indicazioni dell’OMS e della comunità scientifica di tutto il mondo, tale discrepanza di trattamento prevista dal Governo e dal CTS appare francamente incomprensibile, oltre che essere potenzialmente fonte di contenzioso giuridico per disparità nei confronti di cittadini con uguali diritti.
Ma ancora: secondo precedenti indicazioni del CTS, il distanziamento minimo in classe era
calcolato in almeno un metro, senza ulteriori specificazioni. Tale disposizione originaria è stata poi “corretta” dal CTS (in data 31 agosto) in un metro ma inteso “da bocca a bocca”, e per di più in “condizioni di staticità”, ossia considerando gli alunni fermi, senza che possano fare il pressoché minimo movimento (altrimenti verrebbe a decadere la distanza di un metro e scatterebbe di conseguenza l’obbligo della mascherina). Il risultato finale di tale nuova indicazione è un’ulteriore contrazione dello spazio a disposizione del singolo alunno, e dell’azzeramento di fatto dello spazio di sicurezza per permettere i movimenti di ciascuno, comprese le vie di fuga in caso di emergenza. Se ci si muovesse nel solo solco della logica scientifica, il CTS o chi per esso si sarebbe limitato ad enunciare una volta per tutte quelle che ad oggi risultano essere le evidenze scientifiche in materia di una corretta prevenzione e sicurezza epidemiologica. I continui e repentini cambiamenti – per non parlare di giravolte – da parte del CTS, e ogni volta al ribasso, con sempre maggiori concessioni e per così dire “maniche larghe”, non hanno altra spiegazione possibile se non come
cedimento a pressioni politiche, che nulla hanno a che fare con la scienza. Da un comitato tecnico-scientifico ci si aspetterebbe a ragione il rigore e il disinteresse propri della
scienza, ma qui è di tutta evidenza che il CTS non solo si muove sulla base delle richieste della politica, ma altresì contro ogni evidenza scientifica. Le mascherine abbassate in un luogo chiuso – e aperto al pubblico – e la riduzione, epidemiologicamente pericolosa, del distanziamento sociale (compreso quello sui trasporti pubblici, la cui capienza è stata allargata oltre l’accettabile, per ovvie carenze del sistema), rispondono tutte ad una stessa logica: riaprire le scuole, ad ogni costo. Le iniziali raccomandazioni del CTS infatti, molto restrittive, avrebbero comportato, per chiunque conosca minimamente la realtà della scuola italiana, un drastico ridimensionamento delle classi e dell’affollamento nelle aule. Sulla base della metratura attuale delle classi infatti, le disposizioni originarie avrebbero consentito un numero massimo di alunni per classe calcolato intorno ai 20/21 studenti, a fronte dei 30 (e più talvolta) oggi stipati nelle classi della maggior parte delle scuole superiori.
Che il distanziamento minimo di un metro “da bocca a bocca” sia niente di più che un espediente da vecchia politica per aggirare un ostacolo insormontabile, è dimostrato dal fatto che non solo è ampiamente risaputo che i ragazzi non siano delle statuine, e non possono rimanere più di tanto in “condizioni di staticità”; ma anche dalla considerazione che paradossalmente, rifacendo i calcoli in base a tale nuovo criterio di distanziamento, in molte classi sarebbe addirittura consentito ospitare più studenti di quelli, già di per sé esorbitanti, presenti nelle aule prima dell’emergenza COVID.
È quindi lampante il fatto che, a fronte delle prime indicazioni del CTS, qualche politico abbia fatto notare ai luminari che tali criteri avrebbero di fatto impedito la riapertura della quasi totalità delle classi, e quindi bloccato sul nascere la riapertura della scuola italiana.
Il problema della scuola è essenzialmente politico: anni e anni di tagli da parte dei governi, il problema delle classi pollaio, gli edifici cadenti e non a norma (oltre la metà dei plessi sull’intero territorio nazionale), e soprattutto di dimensioni ridotte, certamente non in grado di ospitare la mole degli studenti che tuttavia ospitano. In tempi di COVID la buona politica avrebbe dovuto cogliere l’occasione per dare una svolta: soprattutto per rilanciare il piano dell’edilizia scolastica, o per recuperare dal territorio nuovi edifici da utilizzare nell’emergenza, se non in via definitiva, considerata la ristrettezza dei tempi, almeno in via temporanea, per ridurre quantomeno l’affollamento delle classi.
Niente di tutto ciò. L’attuale governo targato Pd-M5S, con la ministra Azzolina in prima linea, si è limitato a ritornare alla vecchia politica e alle sue perverse logiche degne della peggiore ipocrisia: non risolvere il problema, ma aggirarlo con trucchi ed espedienti. Trucchi ed espedienti in questo caso ottenuti con l’avallo del comitato tecnico-scientifico, piegato agli interessi della (cattiva) politica, contro gli interessi della scienza e della collettività.
Il guaio è che in questo caso non ne va solo della cattiva amministrazione, ma della salute pubblica: 30 ragazzi stipati in classi non a norma, a un distanziamento di fatto inesistente, e senza l’obbligo delle mascherine (in contraddizione alle leggi vigenti, vedi Dpcm del 7 settembre), sono una bomba sanitaria pronta ad esplodere in qualsiasi momento. Se malauguratamente in qualche scuola dovesse accadere qualcosa, o sul piano della sicurezza (ad esempio un incidente per mancanza di vie di fuga); oppure legato al contagio di qualche docente, catapultato ex lege in ambienti di oggettivo assembramento, e per di più di fronte a persone autorizzate a non indossare i dispositivi di protezione individuale, pur previsti per tutti i cittadini dal Dpcm attualmente in vigore; ebbene non è difficile prevedere una serie di contenziosi di natura giudiziaria nei confronti del Governo e della ministra Azzolina. Ma sulla partita della scuola il Governo si gioca il futuro e la sua stessa sopravvivenza: se la scuola non dovesse riaprire, è scontata la sua caduta a fronte di un fallimento così vistoso. Per questo il Governo, e la ministra Azzolina, si sono assunti questo rischio: di ripartire ad ogni costo. Nonostante tutto. Nonostante – soprattutto – la sicurezza.

356

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here