In un Paese dove la furbizia fa premio sull’intelligenza,

i tatticismi, in politica, prevalgono conseguentemente sulle strategie.

Ed è proprio ciò che sta avvenendo in questi giorni  per la votazione sul referendumcostituzionale relativo alla riduzione dei membri del Parlamento.

Naturalmente, quando le mosse tattiche prendono il sopravvento, gli elettori perdono ancor più la bussola e non sanno come votare e a chi votarsi per tentare di capire le ragioni del loro disorientamento.

Occorre rileggere la storia degli eventi. In fase di Assemblea Costituente, molti rappresentanti delle forze politiche avevano espresso il parere che la nostra Carta fondamentale  dovesse prevedere, fin dagli inizi, un Parlamento meno pletorico di quello che ci si avviava a costituire (tra altri:Umberto Nobile, Luigi Einaudi,  Francesco Saverio Nitti). Era prevalsa, invece, la tesi opposta più propensa all’estensione del numero.

Gli Italiani, però,  non avevano mai amato questa nuova creatura.

Sul piano operativo, il Parlamento si era rivelato come la sede di tutti gli intrighi che  sottoponevano a turn overbrevissimi i Governi da esse espressi; l’assenteismo era stato il carattere dominante della sua attività; i privilegi che si erano concessi deputati e senatori erano apparsi sproporzionati al ruolo e all’impegno temporale da essi svolti.

Naturalmente, le forze politiche si erano rese interpreti del malcontento diffuso tra la gente e la conseguenza era stata la proposta presso che unanime di  riduzione del numero dei Parlamentari. La legge costituzionale relativa era stata approvata.

A meno di una settimana dal voto referendario, il caos più pieno si è insediato negli ambulacri della politica e il tatticismo ha preso il sopravvento su tutto.

Alcuni esponenti della Lega e la stessa leaderdi Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni,  hanno “scoperto” (dopo le pubbliche e ufficiali affermazioni dell’intesa di Zingaretti e degli esponenti del Movimento Cinque Stelle di  votare Si)  che l’eventuale sconfitta di quella opzione sarebbe un colpo deflagrante per la coalizione giallo-rossa e, quindi, per il governo. Conseguentemente, i medesimi hanno cambiato la loro precedente idea favorevole al Si e hanno dichiarato apertis verbisdi votare per il No, costringendo il segretario della Lega a imporre il silenzio almeno ai suoi seguaci. Non hanno portato argomenti giuridici e tanto meno costituzionali, non tentando neppure di escludere che il problema fosse di mera tattica pre-elettorale. D’altronde, ogni discorso serio sulle ragioni del Si o del No avrebbe lasciato il tempo che trovava.

Tutti gli argomenti che, da una parte e dall’altra, sono stati portati a favore e contro il SI o il NO al prossimo referendum  hanno dimostrato che essi rispondono esclusivamente a calcoli di convenienza politica  per il raggiungimento di obiettivi di crescita elettorale e non hanno alcun serio fondamento razionale; né alcun possibile collegamento con premesse di ideologia politica o religiosa.

In definitiva, la scelta che faranno gli elettori sarà il frutto  del primo, libero “voto di pancia” degli Italiani, rispondente al “proprio” umore e non a quello loro imposto dalle segreterie dei partiti o da dogmi di varia natura.

Naturalmente, si tenterà di stimolare il peggio di un popolo che secondo un rapporto del CENSIS è sempre più pieno di rancore e di livore.

Sarà facile utilizzare il discredito “capitalizzato” (senza risparmiarsi) da Di Maio con sconcertanti amenità e la scarsa simpatia che suscita Zingaretti, nonostante il rapporto familiare con Montalbano, per spingere a votare No contro il messaggio dei due predetti uomini politici che certamente non brillano per doti di simpatia e per qualità culturali.

Sulla scelta referendaria, giocheranno anche altri fattori. Avrà, certamente, un ruolo la tendenza al “quieta non movere”di un popolo tendenzialmente conformistico, soprattutto nelle classi “alte”.

Non è un caso che molti Accademici si sono coalizzati e hanno sottoscritto i consueti manifesti; questa volta in modo conservatore per il No; quelli favorevoli al Si si sono mossi in ordine sparso. Il parere degli esperti (che, in verità, non è mai considerato dalla massa veramente libero ed è ritenuto, invece, sempre condizionato da interessi politici) sarà, questa volta, ancor più  ignorato dalla gente; e, proprio per la diversità delle opinioni espresse.

E’ probabile, quindi, che se la gente si porrà la domanda del cui prodest(il mantenimento all’attuale livello dei parlamentari) la risposta non potrà che essere univoca: gioverà a tutti i vertici dei partiti politici e ai tanti “nominati” da loro imposti al voto sostanzialmente coatto dei cittadini.

Se la massa ha capito che non è il numero dei parlamentari che conta,  ma la possibilità di sceglierseli senza diktate , soprattutto, se vuole riprendersi il diritto di sceglierli, pochi o tanti che siano (oggi, se si  va a votare per il Parlamento nazionale, una legge elettorale truffaldina costringe a  “scegliere” tra candidati imposti da altri), non vi sarà ostacolo al “voto di pancia” a dispetto dei reviremente delle dichiarazioni di voto dei capi-partito.

E’ chiaro, infatti, che se il numero dei parlamentari è minore,  ciò diminuisce il potere dei leadere non di certo quello della massa cui  un numero più consistente di persone imposte dall’alto non è di nessun aiuto: accresce, invece, il suo senso di subordinazione a scelte altrui.

Al momento del voto sul  referendum sarà possibile per gli

Italiani esprimere una volontà, per la prima volta, sostanzialmente libera dai condizionamenti, per così dire “ideologici” dei partiti da loro abitualmente votati.

Conclusione: Via libera, quindi, al “voto di pancia”, primo voto in Italia non condizionato da fedi e ideologie e ispirato a un sentire profondo ancorchè umorale di chi vota!

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