Con una lunga, indisturbata  e incontrastata intervista a Lilly Gruber (nella trasmissione Otto e mezzodella Rete 7), con l’assistenza, devota e deferente, di un suo ex collaboratore, Massimo Giannini, oggi assurto al ruolo di direttore di “Repubblica”,  Carlo De Benedetti ha presentato, senza indicarne il nome (probabilmente destinato a restare  “segreto”) il “partito”, per così dire, di Mario Draghi.

Organo ufficioso del nuovo schieramento sarà il quotidiano “Domani”, fondato dallo stesso De Benedetti-

Il giornale (miracolo dei poteri occulti!)   già, alla sua prima uscita in edicola, ha venduto ottantamila copie.

Naturalmente, oltre alle consuete giaculatoriesulla “democrazia” che uscirebbe rafforzata da ogni nuova “voce” mass-mediatica (anche se ispirata a principi di natura diversa se non addirittura opposta), dalla intervista è emersa, subito e senza infingimenti, la  dichiarata e ferma avversione del “magnate”, ovviamente “da sinistra”, sia a Giuseppe Conte, sia a Nicola Zingaretti.

Per mostrare la sua contrarietà all’attuale segretario del Partito Democratico, De Benedetti ha dichiarato, sua sponte, di votare No al referendumcostituzionale  (rifiutando quindi, in modo inequivoco, l’invito del leader politico democratico agli elettori di votare Si).

Per essere, poi, ammiccante con il pubblico e propositivo agli occhi dell’inflessibile fustigatrice di costumi, Lilly Gruber,  il fondatore di “Domani” ed ex patron della “Repubblica” Scalfariana, ha delineato una sorta di organigramma del potere di massimo vertice nel Bel Paese (quello che egli auspica possa sorgere dalle rovine del Covid19): Mario Draghi, capo dello Stato  e Stefano Bonaccini, presidente del Consiglio dei Ministri.

Non si è curato “de minimis”, come l’antico praetor, nè si  espresso sulla segreteria dei “Democratici”. La cosa è spiegabile perché si tratta di un fatto obbiettivamente imprevedibile.

Il partito potrebbe “rovinare” e prendere uno scivolone anche disastroso e rimanere profondamente “scombussolato”, se non si verificasse la vittoria del candidato rosso in Toscana, (nella Regione, cioè, definita dall’intervistato “più rossa d’Italia”).

Dai nomi che compariranno su “Domani” nei prossimi giorni, soprattutto come “esperti” o notisti di richiamo,

si potrà meglio conoscere l’Alto Comando dell’Esercito così tempestivamente costituito in vista del previsto afflusso in Italia, dall’Unione Europea, dei fondi “Recovery” (e/o di altre, fantasiose denominazioni).

La cosa più semplice da prevedere è la politica che Draghi e i suoi “compagni di cordata” faranno per il Bel Paese.

Non è difficile immaginare che essa  sarà quella voluta dall’Unione Europea e dai poteri finanziari di Wall Street e della City.

E ciò non solo perché è quello il milieu a cui De Bendetti appartiene, a molti titoli (essa è  appoggiata e sostenuta dalla Gaucheinternazionale laica, dalla Chiesa Cattolica e dalla Massoneria Ebraica e come forze di complemento dai liberali di scuola idealistica tedesca) ma perché  sarà orientata in maniera sfavorevole per la civiltà industriale e volta alla realizzazione del finanzcapitalism che sembra essere lanew wave o la nouvelle vaguedei cosiddettiprogressisti. 

E’ una politica che avrà come avversari (se non si riuscirà a distruggerli nei loro Paesi) i liberal-conservatori inglesi di Boris Johnson e i Repubblicani statunitensi di Donald Trump.

E’ molto difficile che un tale schieramento possa avere qualcosa da temere dalle forze con esso non allineate nel resto dell’Europa continentale.

In questa parte di mondo, la politica è affidata da lunga data all’irrazionalismo che è definito eufemisticamente passionalità emotiva.

Il raziocinio nelle scelte che riguardanom la res publicanon è più “di casa” dal momento della fine della luminosa era greco-romana, legata all’empirismo concreto e alla polis.

L’irrazionalismo religioso (giudaico-cristiano) e quello filosofico (prima del fantasioso, iperuranicoPlatone e poi dell’idealismo tedesco hanno segnato il predominio dell’astrattezza e delle visioni cosiddette universalistiche.

Da quel tempo lontano, una vera e profonda cultura liberale non v’è mai stata, in questa area dell’Occidente.

La cosiddetta “cultura” eurocontinentale, impregnata di fideismi religiosi e fanatismi politici, ha contraddistinto soprattutto la classe egemone, quella borghese, “uscita” dalla rivoluzione francese con la sola ansia di sostituire a un potere un altro.

Concezioni assolutistiche, sostanzialmente autoritarie, hanno contrassegnato la vita politica dell’Eurocontinente. La speranza che possa esserci un cambio di passo è esclusa dalla condivisile profezia di un genio. Albert Einstein ha detto, infatti: “non possono esservi cambiamenti nella realtà socio-politica (del mondo o di una sua parte) se non si verifica un vero e proprio capovolgimento del modo di pensare della gente.

E, allo stato, di un tale mutamento non v’è alcuna traccia.

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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