Nei paesi Anglosassoni il cosiddetto “voto di pancia” ha significato energico richiamo al valore “originario e vero” della “politica” (nel senso etimologico e filosofico del termine): svolgere un’attivita “pratica” volta a curare l’interesse della polis, dell’insieme dei cives insediati su un dato territorio del globo terraqueo. Detto in soldoni, con il “voto di pancia” gli elettori mandano questo messaggio ai leaderpolitici: basta con i vostri asseriti intenti benefici per l’universo intero e i vostri pretesi programmi salvifici dell’umanità. Vi eleggiamo per curare i nostri interessi e proteggerci nella competizione mondiale che appare dominata dal motto hobbesiano “homo homini lupus”. 

In Italia, figlia degli universalismi più sperticati: dall’ecumenismo cattolico al socialcomunismo mondiale, (entrambi “egualitaristici”, sia pure solo a parole, come la Storia ha dimostrato) e all’idea di un mondo salvato dalla lucida lungimiranza di  popoli eletti (ebraismo e nazi-fascismo), il “voto di pancia”, libero, cioè, dai condizionamenti della fede e del fanatismo politico. ha mandato ai leaderpolitici un messaggio diverso: ci avete deluso con le vostre “giravolte” bizantine; avete approvato una legge per ridurre i parlamentari; ora in ogni partito sono spuntati i “pentiti”, i “prudenti”, che si sono aggiunti ai   “conformisti” di sempre, e tutti insieme chiedono agli elettori  di pronunciarsi per il NO. Noi votiamo “dove ci porta l’umore” e il disprezzo che abbiamo per la vostra sterile attività “politica”, che non è mai nell’interesse della polis, ma della fede e/o del fanatismo ideologico, ci spinge a votare SI.

Era agevole prevedere (e su queste colonne era stato previsto), che le cose fossero andate come sono andate. E ciò, pur nel coro contrario quasi unanime della stampa, della televisione, della cosiddetta intellighentiae delle “classi alte” italiane. A favore della linea del  SI v’era, oltretutto, la confusione che si era determinata nelle posizioni dei partiti: nella stessa forza politica v’era chi dichiarava ozioni diverse per le quali fede e ideologia non c’entravano per niente.

L’irrazionalità univoca, monodirezionale che aveva sempre caratterizzato le scelte politiche degli Italiani, (e che era stata attribuita ora alla “emotività latina” ora all’elevatezza e nobiltà degli intenti dell’’italica gente determinate da aspirazioni nobili, per la forza o della fede religiosa o delle visioni politiche ispirate allo stesso ideale di salvezza di tutta l’umanità ( tesi, secondo cui “Marx aveva solo “copiato” da Cristo”) diventava equivoca e polidirezionale.

Non era più condizionata dalla fede o dall’ideologia; che rimanevano entrambe estranee alla scelta, ma era determinata dall’insofferenza e dalla rabbia di sentirsi turlupinati da politici di quart’ordine; dall’antipatia feroce, per “rappresentanti del popolo”che, in realtà,  non rappresentavano altro se non i propri interessi nell’ attribuirsi prebende e privilegi (e consentendosi forme abnormi di assenteismo); dal disprezzo per i conformisti a tutto spiano che vedono sempre  nel “quieta non movere”  la regola aurea dell’immobilismo politico italiano.

Per la prima volta, nella storia del Paese (che per i suoi umori irrazionali era finito, storicamente parlando, nelle mani di Papa-Re, di Monarchi-marionette, di Tiranni di cartone pressato, di uomini politici corrotti e incapaci), per la prima volta, ripeto, il voto degli Italiani, pur se privo di fondamento logico nella sua motivazione, poteva giovare a una certa libertà di giudizio degli Italiani, sia pure limitata ad aspetti marginali della politica.

Era altrettanto facile immaginare che nessun riverbero

di uguale natura si sarebbe verificato per il voto regionale, dove l’ideologia, fideistica o politica, avrebbe ripreso il sopravvento, dimostrando per l’ennesima volta il vuoto che c’è in Italia oltre i cattolici, i comunisti e i fascisti.

Il che si è puntualmente verificato in tutte le Regioni. Un filo di speranza è enuto dal Veneto e dalla Campania, dove, rispettivamente, Zaia e De Luca, stando alle loro uscite pubbliche, soprattutto sul tema dell’immigrazione, avevano dimostrato di intendere nel senso giusto la “politica” come difesa degli interessi della “polis”.

Il dopo-voto ha avuto i consueti “italici” connotati. I coreuti del conformismo borghese hanno addirittura continuato a cantare vittoria, dicendosi soddisfatti di non avere perso 90 a 10; cosa, peraltro, che sarebbe stata ben possibile se a schierarsi per il Si non vi fosse stato Luigi Di Maio.

Dal “voto di pancia” manifestatosi nel voto referendario non si possono purtroppo trarre felici auspici per le sorti future del Bel Paese.

Gli Italiani non sembrano ancora particolarmente stufi dei falsi “buonismi” di chi si arricchisce parlando di mete universali di eguaglianza, di benessere e di pace planetaria, e va  a braccetto con chi favorisce i “signori della guerra”, attizzando il fuoco nei focolai mediorientali (e non solo).

Con il voto espresso ieri e il giorno prima, non sembra che possano avere, finalmente, i giorni contati i partiti che hanno dominato “passionalmente”  la vita politica italiana, rendendo il raziocinio  uno “stucchevole estraneo” per gli abitanti della Penisola.

Non si sono spostati  di una virgola i mali da cui è afflitto il Bel Paese; non vi sono segnali dell’insofferenza che i popoli anglosassoni hanno dimostrato di avere per quegli uomini politici che, sorretti dai banchieri e dagli industriali delle armi,  li stavano conducendo (e ancora non hanno rinunciato a farlo) nelle sabbie mobili del Finanzcapitalism.

E’ brillata l’assenza di ogni idea liberal-conservatrice alla Trump o alla Johnson.

“Tutto da rifare!” –direbbe, ancora oggi, Gino Bartali.

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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