Era il 2 aprile 1954 quando Giovanni Malagodi fu acclamato Segretario del Partito Liberale Italiano. La sua figura era quella di un classico uomo di “centro”, senza ambiguità o tentennamenti, sebbene eletto al congresso del PLI con i voti della destra liberale in opposizione alla candidatura di Francesco Cocco-Ortu, appoggiato dalla sinistra del partito e dal segretario uscente, Bruno Villabruna. Da quel momento l’obiettivo di Malagodi, perseguito coerentemente lungo tutta la sua quasi ventennale segreteria – e in definitiva nel corso della sua intera carriera politica – fu quello di dare un’identità al PLI, una collocazione precisa nel panorama politico italiano per condurre il partito fuori dall’isolamento e dall’irrilevanza.
L’ostilità della sinistra liberale nei confronti di Malagodi si spiegava per l’atteggiamento fermo da questi assunto in merito alle alleanze e all’azione futura del PLI: il quadro politico dell’epoca vedeva una netta contrapposizione fra la DC da un lato e il PCI dall’altro; in mezzo, ma da una posizione fortemente di sinistra, stazionavano i socialisti del PSI, insieme ai repubblicani – eredi storici del mazzinianesimo rivoluzionario che tanto ebbe a scontrarsi con il liberalismo moderato di Cavour – e ai socialdemocratici, a formare “un’area laica” di sinistra moderata; sulla destra dello scacchiere politico si collocavano infine i neofascisti del MSI e i monarchici.
In tale contesto estremamente frazionato, conseguenza del sistema proporzionale puro senza sbarramenti, la sinistra liberale propugnava la costruzione di una “terza via”, alternativa a DC e PCI, ma alleata a socialisti e repubblicani, per formare un’alleanza strategica di centro-sinistra: ipotesi questa vista come fumo negli occhi da Malagodi, la cui azione politica era volta ad impedire ad ogni costo lo “scivolamento a sinistra”, tanto del proprio partito quanto del governo nazionale a guida DC. Per Malagodi infatti i partiti laici (PSI, PRI e PSDI), erano del tutto inaffidabili, e i socialisti in particolare non si erano a suo dire mai veramente distanziati dal PCI, tanto che Malagodi era solito riferirsi ad essi sprezzantemente con il termine di ‘social-comunisti’. A un consiglio nazionale nel febbraio 1955, Malagodi ebbe a dichiarare: “La mia posizione esclude, com’è ovvio, ogni pensiero di apertura a sinistra; e io vorrei essere interamente sicuro (e qui è dove divento sospettoso) che certe posizioni laburistiche, “new-dealistiche”, o chissà quali altre parole inglesi italianizzate, siano veramente delle operazioni intese a rimanere nel centro democratico o non siano invece delle passerelle, dei ponti gettati verso quell’altra riva a cui mi pare noi non vogliamo andare”.
D’altro canto, Malagodi fu altrettanto duro e netto nel rifiuto verso qualunque suggestione a destra, magari in un progetto di “grande Destra” con monarchici e MSI, come caldeggiato dall’ex segretario del PLI Roberto Lucifero soltanto pochi anni prima (1947-1948). Seppure con qualche

sfumatura nei confronti dei monarchici, per la comune tradizione risorgimentale in nome della quale Malagodi si dichiarava anche aperto ad accogliere nel PLI singoli esponenti monarchici (ma non ad una alleanza strutturale fra i due partiti); nei confronti del Movimento Sociale Italiano invece, Malagodi fu drastico e non ebbe remore ad accusarlo apertamente di autoritarismo, nazionalismo e corporativismo. Nonostante quindi vari tentativi di abboccamento, soprattutto fra il ‘56 e il ‘57, da parte di Arturo Michelini, segretario del MSI, Malagodi respinse con sdegno ogni tentativo di accordo: “per sedersi attorno a un tavolo a studiare un programma occorre che le posizioni politiche di fondo siano affini, ciò che non è nel nostro caso. Tutta l’operazione “grande destra” è stata concepita come una operazione contro il PLI, sull’ipotesi che non avremmo avuto il coraggio di dire pane al pane”.
La formula del “centrismo” era pertanto per Malagodi l’unica strada percorribile dal PLI, la sola che garantiva all’Italia l’appartenenza a una tradizione liberale, europeista e fermamente filo-atlantica: essa incarnava agli occhi del segretario liberale l’unica opzione di carattere “morale” se non “religioso”, davanti alla quale non erano consentite titubanze o incertezze di sorta. “Barra dritta e sempre al centro”, senza oscillazioni pericolose a destra o a sinistra: tale dunque la posizione politica di Malagodi, alla quale egli non venne mai meno nel corso della sua lunga militanza liberale.
Con questa strategia, e presentando il PLI quale l’anima ideale di una coalizione centrista con la DC, contro ogni deriva a sinistra, e soprattutto quale argine al pericolo comunista, il PLI alle elezioni del 1963 si trovò a raddoppiare il livello dei consensi, raggiungendo il 7% dei suffragi (e punte locali di oltre il 10%), record storico mai più eguagliato dal partito.
Che poi a lungo andare la posizione di Malagodi rivelasse anch’essa tutti i suoi limiti, infilando il partito in quel vicolo cieco dal quale aveva tentato in ogni modo di sfuggire, a ben vedere non fu responsabilità primaria del segretario, ma delle circostanze politiche del tempo: con due forti partiti di sinistra, di cui uno – il PCI – monoliticamente stabile nel suo bacino elettorale, e un secondo – il PSI – in costante ascesa, e infine con una legge proporzionale pura, sarebbe stato oggettivamente difficile, anche con una DC al pieno dei consensi, raggiungere un’autosufficienza dal connubio DC- PLI, che anzi si rivelò alla fine per quest’ultimo una sorta di ‘abbraccio mortale’. Nel momento in cui si tentarono altre strade, fra cui la tanto temuta da Malagodi apertura al fianco sinistro dello schieramento, il PLI venne di fatto marginalizzato, e ciò portò la segreteria ad imboccare più o meno forzatamente altre strade, questa volta optando per la linea della sinistra liberale, alla quale Malagodi rimase comunque sempre ostile (esperienza del “Pentapartito”, ossia liberali più centro- sinistra: DC, PSI, PRI, PSDI: 1981-1991).
A seguito della scomparsa della DC insieme ai principali partiti della cosiddetta ‘prima Repubblica’, dopo il terremoto di Tangentopoli nei primi anni novanta, ci si chiese subito quale soggetto politico

avrebbe occupato la voragine creatasi al centro dello scacchiere, e se oggi in particolare possa dare qualche frutto la lezione politica di Malagodi per un “grande Centro” di area (finalmente) liberale, lontana ed equidistante dagli opposti estremismi di destra e di sinistra, dai populismi e dai sovranismi in salsa nostrana. Certamente l’esperienza delle ultime elezioni regionali del 2020 ha dimostrato per l’ennesima volta l’impellente necessità di una ‘gamba’ di centro, di moderati a sostegno dell’una o dell’altra coalizione. L’esempio della Toscana è al riguardo emblematico, dove l’inesistenza di un centro compatto e convintamente liberale – al di là del velleitarismo berlusconiano, ormai allo sbando – ha evidentemente spinto l’elettorato moderato ad optare per un candidato di centro-sinistra, certamente più rassicurante e meno estremista della candidata leghista. In tutto ciò la figura di Giovanni Malagodi si staglia nella storia del Partito Liberale Italiano quale fulgido esempio di vero liberale, uomo di centro che rifugge dalle tentazioni di cedimenti all’uno o all’altro degli opposti estremismi, modello di coerenza e di indipendenza, non disposto a sacrificare le proprie idee – idee liberali – per opportunismo o mero calcolo politico.

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