Le linee guida del Recovery PlanItaliano, trapelate da notizie stampa, confermano il progetto dei banchieri di Bruxelles(verosimilmente ispirati dagli “gnomi” della Finanza di Wall Streete dalla City) di fare dell’Italia, membro dell’Unione Europea, un Paese poco (o per niente) industriale, nel quadro di un progressivo Finanzcapitalism.

E ciò, a dispetto del fatto della sua collocazione, nei precedenti decenni, tra le maggiori potenze manifatturiere dell’intero Pianeta.

La bozza dovrebbe essere presentata alla Commissione Europea il prossimo 15 Ottobre e formalizzata in versione definitiva tra Gennaio e Aprile del 2001.

Nel Piano si parla, con attenta scelta dei termini, di transizione ecologicaper designare un programma di investimenti diretto verso vari obiettivi tra i quali sono specificamente indicati: in primisla “decarbonizzazione” dei trasporti pubblici, il miglioramento del fattore energetico nelle strutture ed edifici pubblici, e poi, un po’ oltre, la riqualificazione dei centri urbani e delle periferie, e, molto più vagamente maggiori controlli su rischi geologici e sismici.

Non v’è naturalmente alcun accenno esplicito a battaglie ambientalistiche contro industrie ritenute “inquinanti” (ci penseranno le varie “Grete” mondiali a puntare “il loro dito accusatore” per ottenere la chiusura di molti opifici manifatturieri ad asserito beneficio della gente).

V’è il richiamo esplicito, però, alla teoria dell’economia sostenibileche, inevitabilmente, alimenta sospetti di de-industrializzazione.

Solo per tale tipo di economia, peraltro, il piano prevede investimenti infrastrutturali (soprattutto telefonia e 5G, cablaggio in fibra ottica delle Università).

Le linee guida non affrontano mai, ex professo, i problemi occupazionali, se bon per accennare “a politiche attive del lavoro, soprattutto giovanile.

In altri termini, si dà per scontato che operai anche qualificati e specializzati dell’industria manifatturiera possano convertirsi all’attività di muratori e manovali dell’edilizia e trarre sostegno dal previsto ammodernamento della rete autostradale e ferroviaria (ponti e viadotti).

L’economia sostenibile, d’altronde, è l’ultima invenzione dell’ambientalismo (sorretto dall’alta Finanza) e stabilisce uno stretto connubio tra sistema economico e sistema ecologico.

Naturalmente, il piano prevede, pure, la digitalizzazione di tutti gli apparati dello Stato, compresa la pubblica Amministrazione che è, certamente, una misura utile e necessaria per realizzare, sia pure con molto ritardo, l’identità digitale unica per cittadini e società.

Altri punti significativi riguardano la salute, con l’introduzione del fascicolo sanitario elettronico, oltre che investimenti per cure e assistenza a domicilio.

Dove il piano mostra tutti i suoi limiti è il punto in cui affronta i problemi dell’istruzione e della ricerca: si parla di digitalizzazione, di lotta all’abbandono scolastico e di aumento del numero dei laureati senza alcun riferimento al problema delle libertà che sono connesse al tema della cultura. L’istruzione cosiddetta “utilitaristica” e finalizzata a perseguire un modello di cultura senza approfondimenti umanistici sembra essere l’unico obiettivo che gli autori del Piano vogliano perseguire.

La ciliegina sulla torta delle linee guida è data dal riferimento al Family act: è in queste due “magiche” parole che si rivela tutto l’intento assistenziale di “mamma Unione” per aiutare la fuoriuscita degli Stati membri dal novero dei Paesi a significativa industrializzazione .

In luogo delle tante e disordinate misure pauperistiche assunte, per il sostegno e l’asserita “valorizzazione” della famiglia, nel corso dei precedenti decenni, dalla Sinistra Europea (oramai da decenni, in libertà vigilata) si dovrebbe prevedere di mettere ordine tra i sussidi attuali per farli confluire in unico assegno “universale”.

Amen!

 

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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