Ho la ferrea convinzione che esista ancora una parte del paese, ampia, che sogna di riformare l’Italia per modellarla ispirandosi a modelli di efficienza economica che non rappresentano un’utopia, ma una realtà esistente in altri paesi occidentali. Un paese non assistenzialista ma inclusivo, un paese che supporta e semplifica la vita alla libera imprenditoria, un paese che non affossa la propria economia, la propria società e la propria giustizia sotto il peso della burocrazia e dei privilegi acquisiti, un paese che incentiva il lavoro la formazione e la innovazione in ogni modo, in breve un paese che rispecchia la nostra visione della società.

Ma ho maturato un altrettanto ferrea convinzione: che questa parte del paese fatichi per diversi motivi a manifestarsi nel voto popolare in modo univoco. In primis perchè, a torto o ragione, fatica a sentirsi pienamente rappresentata dai partiti esistenti, piccoli o grandi, e non esprime il suo voto senza esserne pienamente convinta. In secundis perchè gli ultimi dieci anni hanno totalmente allontanato dalla politica che spesso non va neanche più a votare.

Le ultime elezioni sia referendarie che regionali hanno ampiamente dimostrato questo fatto. Laddove si è sperimentata la “quarta via”, cioè le candidature solitarie di candidati presidenti rappresentanti forze riformiste e liberali, è stata una debacle senza precedenti con percentuali che avrebbe potuto ottenere una qualsiasi lista civica improvvisata. E lo stesso 30% del NO al referendum non è un risultato che possiamo intestarci (come Di Maio non può intestarsi il 70%).

In un articolo di giugno io stesso parlavo di “finestra di opportunità” per i riformisti-liberali, per testare le proprie capacità e potenzialità in questa elezione. Cari amici riformisti – liberali, la finestra si è chiusa e ci è stata sbattuta in faccia dal voto popolare.

Lo scenario nel quale un partito o movimento che si ispira a questi principi diventi un protagonista della politica con percentuali elettorali tali da cambiare i destini di un governo…. è uno scenario che almeno per molti anni a venire non esiste. Si deve prendere atto di questo dato di fatto e aprire obbligatoriamente una nuova fase politica, quella della contaminazione, una fase che in realtà è già in atto ma con troppa timidezza.

I riformisti – liberali a mio giudizio devono fare una scelta di campo, netta e definitiva, schierarsi con uno degli esistenti partiti o movimenti politici, ma in modo definitivo e univoco, e contaminarlo con idee, proposte, professionalità e professioni, cioè con tutto quello che fa pienamente parte del nostro patrimonio culturale. Non è un percorso che si farà in una settimana, occorre del tempo e per alcuni che vivono con orgoglio il distacco dai “partiti” è una scelta complicata. Ma è anche un percorso ineluttabile. A meno di non voler dichiarare la battaglia persa (perchè i numeri dicono chiaramente che è persa) il giorno 21 settembre 2020.

Non voglio esprimere in questo articolo una preferenza per un polo o per un partito ma voglio dire due cose.

La prima è che oggi mi risulta impossibile e impensabile per un riformista liberale schierarsi a favore del governo giallorosso, di quella atroce fusione di populismo grillino e mentalità post – comunista.

La seconda è che istanze e personalità proprie del riformismo liberale già esistono in alcuni partiti o movimenti, dobbiamo impegnarci a farli emergere e portali avanti, contaminarci e abbracciare definitivamente quelle realtà per poterle migliorare.

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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