Ha ragione Luca Borreale nella sua analisi politica espressa nell’articolo intitolato: “il riformismo liberale è ad un bivio ferale, deve contaminare e contaminarsi” e recentemente pubblicato da “Rivoluzione Liberale”. Luca ha ragione, ripeto, ma non sono pienamente d’accordo con lui. Vorrei, insomma, mantenermi dalla parte del torto, per tentare una riflessione ulteriore a completamento del pezzo scritto da Borreale.

Infatti, le considerazioni espresse nell’articolo – a mio parere – sono valide se inserite in un sistema politico bipartitico o bipolare, caratterizzato da una legge uninominale maggioritaria. Anche perché, in questi tempi di pandemia, mi asterrei dall’usare il termine “contaminazione”. Ma questo è soltanto un appunto lessicale.

Arrivo al punto: se il Parlamento voterà una controriforma elettorale di tipo proporzionale, perché di una controriforma si tratta, con l’obiettivo di realizzare un proporzionale puro, con sbarramento, allora la polarizzazione del voto, cioè lo spostamento dei consensi verso le ali, verso destra o verso sinistra, verso due poli contrapposti, che connota il maggioritario, cederà il passo a una riorganizzazione dell’assetto politico nazionale in quanto, con la proporzionale, ogni Lista elettorale o Partito punterà a correre in autonomia, senza alleanze, per guadagnare più voti possibili e, poi, soltanto dopo l’esito delle urne, si creeranno le maggioranze per formare un governo.

In tale prospettiva, quindi, l’alternativa liberaldemocratica e innovatrice avrà uno spazio enorme al centro della scena politica. Si ritorna, con la proporzionale, allo schema della Prima Repubblica e il voto premierà chi saprà porsi come ago della bilancia per qualsiasi futura maggioranza parlamentare.

Personalmente, penso da tempo all’idea di un partito plurale, composto da tanti soggetti politici, come un “cervello connettivo”, come un “corpo pluricentrico”, come “pensiero attivo e interagente”. Proprio recuperando e aggiornando quanto prospettò e propose il prof. Giuliano Amato oltre venticinque anni fa: un partito snello, senza inutili burocrazie verticistiche, democratico al proprio interno, capace di tenere insieme le diversità riducendo le differenze e le disuguaglianze, anzitutto dentro di sé, per poterlo fare anche al di fuori. Un partito che abbia un metodo liberale interno in grado di riconoscere il talento individuale e i meriti, valorizzare le attitudini e le qualità di ciascuno, di favorire l’incontro e il contraddittorio delle idee in campo, attraverso “la filosofia del dialogo” elaborata da Guido Calogero. Un partito, cioè, dotato di sensori vigili, presente e attivo grazie all’apporto delle idee e delle persone, con un progetto e un sogno che vive nelle persone, tra la gente comune, nei cuori, nelle strade, su internet, nei social-network, ma soprattutto dal vivo.

Sono anni che propongo un Partito Riformatore e liberal-democratico capace di pensare e ripensarsi, composto da più associazioni, da più gruppi di lavoro, da individui diversi che vivono e partecipano all’attività politica con la forza delle idee. Qualcosa di simile, appunto, all’extraterrestre Eta Beta, ma reso più umano dagli errori e dagli ideali di ciascuno, dalle legittime aspirazioni di chiunque voglia dare il proprio contributo. Con più umanità, per un nuovo umanesimo liberale Un Eta Beta che viene dal futuro, intelligente e sensibile, che opera e agisce nell’interdipendenza dei singoli.

Quella di Eta Beta è una similitudine che può funzionare e che, comunque, rende bene l’idea. Però, non mi interessano ora le “mie” soluzioni, mi interessa approfondire il metodo.

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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