Le origini, le basi fondamentali dell’imperialismo anglosassone, prima inglese e poi statunitense, non sono   mai state approfondite in maniera soddisfacente. Si è descritto il fenomeno senza indagare sulle cause.

Eppure, la Banca d’Inghilterra, fin dalla sua costituzione nel 1694, non ha mai nascosto, per più secoli, l’intento di stimolare il colonialismo britannico con motivazioni nobili di civilizzazione dei popoli o di evangelizzazione di gente che non aveva il cosiddetto dono della fede.

In un’edificante gara fortemente competitiva gli universalismi religiosi dell’ebraismo e del cristianesimo avevano dato la linfa adeguata a dare ad  azioni predatorie e  belliche  le ragioni per contrastare le regole della politica tradizionale che voleva ristretta alla polisla cura dei Governanti.

Il Paese con le banche più ricche del Pianeta aveva rivolto la sua attenzione  alla conquista militare del Pianeta per fini chiaramente commerciali e di circolazione della moneta.

Naturalmente, gli universalisti di ogni epoca erano venuti “in soccorso” dei vincitori: si era rispolverato l’anonimo brocardo latino : si vis pacem, para bellum, risalente alle “Leggi” di  Platone; si era  visto in un comandamento  divino la prescrizione per gli uomini di fede di evangelizzare l’intero mondo.

Ai tempi nostri,  il colonialismo è stato sostituito dalla globalizzazione: il “nobile” proposito dei banchieri di essere presenti dappertutto per sollevare le sorti degli indigenti.

La potente crescita degli Stati Uniti d’America nel Novecento ha determinato il “passaggio di mano” dell’imprerialismo anglosassone da una sponda all’altra dell’Oceano Atlantico. La motivazione è stata più adeguata ai tempi nuovi: esportazione della democrazia in Paesi lontani da essa.

L’imperialismo americano è stato costituito da guerre che hanno costellato nel secondo dopoguerra mondiale  il firmamento della politica estera statunitense.

Con l’eccezione di Donald Trump, infatti, ogni Presidente statunitense si è sentito “costretto” o “indotto” ad iniziare o a continuare almeno una guerra nel periodo di tempo del suo mandato.

Il plenumdelle azioni è stato raggiunto da Barack Obama, l’unico Presidente degli Stati Uniti d’America che ha  tenuto, per quasi tutto il tempo della sua permanenza alla Casa Bianca, il Paese d’oltreoceano impegnato in imprese belliche (interventi in Siria, Libia, Iraq, Afghanistan, Yemen, Somsalia e Pakistan. Paradossalmente (ma non tanto!) il primo Presidente di colore di quella grande Nazione è stato insignito dall’Accademia gauchisteSvedese del premio Nobel per la pace.

Sarebbe un fuor d’opera ricordare nel dettaglio tutte le guerre combattute dagli USA ma certamente giova sottolineare che l’elenco è particolarmente  cospicuo (CoreaTruman; ancora Corea e inasprimento della guerra fredda-Eisenhover; Vietnam e fallito tentativo di invasione di Cuba-Kennedy; ancora Vietnam e invasione Repubblica Dominicana-Johnson; invio aiuti agli Afghani dopo l’invasione sovietica di quel Paese-Carter; prima guerra del Golfo-Bush senior; Somalia, Bosnia, Kosovo-Clinton; Afghanistan, Iraq-Bush junior).

Ford e Nixon hanno avuto un ruolo meno pregnante, perché si sono limitati a chiudere guerre iniziate da altri, limitandosi a gestire militarmente soltanto le ultime battaglie; a Reagan si attribuisce addirittura il merito di avere chiuso la “guerra fredda”.

Una ragione di tanto permanente impegno bellico dev’esservi stata e qui rispunta il discorso dell’influenza sempre esercitata dai Tycoondi Wall Streete della City sui Presidenti Statunitensi sino all’elezione di Donald Trump che, stranamente per gli individui con la sveglia al collo,  ha chiuso il ciclo dei leader“guerrafondai” si è proclamato “isolazionista”, concentrandosi sui problemi del suo popolo con il motto “America first”.

Egli ha chiuso il ciclo delle vere e proprie guerre combattute con le armi (che è in grado di acquistare solo chi possiede moneta a sufficienza) contrasta anche il gioco dei tassi d’interesse su prestiti che le banche concedono, oltre che a privati,  a Stati autonomi (in cambio di quote di sovranità cedute per effetto dell’indebitamento).

La reazione che ha prodotto e sta suscitando nel mondo occidentale la presenza di Donald Trump è stata così violenta da non avere precedenti storici.

Certo. Gli interessi del mondo finanziario di New York e di Londra nel tenere in piedi guerre permanenti (soprattutto in quel focolaio di odi e di rancori religiosi che è il Medio Oriente) risultano oggi fortemente compromessi. Rischia di andare in crisi l’industria delle armi che è l’unico polo produttivo che i banchieri non intendono distruggere (sarebbe, infatti, come tagliare il ramo dell’albero su cui sono assisi).

Se, quindi, Trump (e in minore misura, Jonhson) ha, in maniera crescente, una vita difficile le ragioni non mancano.

Il Presidente Statunitense in carica: a) non accetta accordi perversi con i grandi magnati della Finanza e con gli industrisali dedlla guerra;  b) si dichiara nemico dell’Europa, almeno sino a quando essa sarà gestita dai tecnocrati di Bruxelles, ex impiegati di banca, ritenuti, non senza motivi, al servizio dei banchieri;  c) contrasta apertamente la tendenza egemonica della Cina nel campo della produzione industriale (tendenza che trova un’alleata preziosa nei fautori del capitalismo occidentale meramente o prevalentemente finanziario); d) percepisce un’analoga voglia di reagire allo strapotere delle Banche da parte di Putin e lo considera suo alleato nel contrasto con la Cina.

Come tutte le persone che hanno un carattere, Trump è definito di “cattivo carattere” (e nella storia degli uomini non è il primo e non è stato l’unico a suscitare l’ostilità degli uomini-massa); è avversato dai pennivendoli della stampa, dai mezzo-busti televisivi e dai cosiddetti intellettuali senza alcuna originalità di pensiero, stanchi ripetitori, a tempo perso, in dibattiti e conferenze, di “giaculatorie” inventate da uomini mediocri come loro (che  essi hanno posto, con la complicità dell’Accademia, sull’altare di pretesi Maestri);  è svillaneggiato dalla più crassa, ottusa e “perbenista” borghesia che si guarda bene dal mettersi contro il mondo sempre potente degli ex usurai; ha contro di sé la Massoneria Ebraica e la Chiesa Cattolica che sono le più formidabili Organizzazioni a sostegno della ricchezza  mondiale con propositi,  fake,  di beneficenza diffusa.

Nella lotta continua e senza quartiere,  tra possessori di ricchezze immense e uomini che vivono del proprio lavoro e non riescono a sbarcare il lunario, l’attuale Presidente nordamericano si è schierato con “il voto di pancia” dei secondi.

Quanto gli sarà consentito di “durare” non è agevole prevedere. Dalla costituzione della Banca d’Inghilterra e dall’approdo dei Medici, banchieri fiorentini, nella Curia di Roma sono passati molti secoli e chi ha tentato di contrastare l’egemonia della Moneta ha sempre avuto vita difficile. Certo: erano tempi diversi da quelli delle attuali liberal-democrazie e dei “voti di pancia”. Non a caso, però, il sinistrorso Beppe Grillo (in procinto di rientrare nella Casa Madre comunista, da cui era stato fatto uscire per “salvare il salvabile”) ha proposto di abolire le elezioni al Parlamento.

Intenditoribus pauca!

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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