Il 3 ottobre di 30 anni fa si unificó la Germania: una nazione che ha avuto (e ancora mantiene questo stato di cose) il suo punto di forza   -e di debolezza- nell’esportazione.
Infatti quasi la metà del suo PIL è “export-dipendente”.
La Germania, pertanto, ha voluto edificare e mantenere un mercato continentale atto a supportare un livello di consumi elevati, riuscendo pure a raggiungere pure vari compromessi tra gli interessi nazionali fino a quando è giunta la svolta entro cui siamo caduti tutti.
La più fervida e teutonica favola di immaginazione non poteva assolutamente prevedere che la logica di rigore si sarebbe saldata con l’esplosione di una pandemia che ha, di fatto, messo “ko” tutto il globo.
Quindi l’allentamento delle corde monetarie UE non è stato affatto un atto di carità cristiana, di bontà, da parte dei “cattivi”: ma, più semplicemente, è stato un gesto consequenziale ai propri interessi.
Solo che, ora, non è affatto facile far capire alle belve nordeuropee (addestrate proprio dai tedeschi ad azzannare la giugulare non appena avessero sentore di un qualche deficit pubblico, la Grecia ne sa qualcosa), a rientrare in gabbia. Eppure sarà fatto statene certi.
In questo nuovo scenario, peró, Berlino potrebbe trovarsi più di tutti nella condizione di dover pagare insieme il conto di scelte rigoriste europee guidate negli anni passati con i fallimenti compiuti nella propria politica economica interna.
Perché, in verità, l’Europa monetaria potrebbe disintegrarsi (un accadimento che sarebbe letale per l’economia teutonica), a meno che Angela Merkel, raccordandosi con i francesi, non riesca a far riparametrare le coordinate monetarie dell’intera nell’Eurozona, gridando un bel “rompete le righe” che sconvolgerà i Paesi Baltici.
Non sarà affatto facile.
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