Mario Vargas Llosa ha pubblicato, con Einaudi, nella consueta collana dei “Supercoralli”, un nuovo libro dal titolo “Tempi duri” che racconta del golpeorganizzato nel 1954 dalla CIA e dall’Union Fruit(poi Chiquita) in Guatemala.

Tale iniziativa ebbe, a suo giudizio, il solo effetto di favorire la svolta comunista e filo-sovietica di Fidel Castro; a suo giudizio, infatti, il Paese preso di mira non era per niente filo-russo e si accingeva soltanto, con Jacobo Arbenz, a fare delle utili riforme sociali definibili, al massimo, “socialdemocratiche”.

Lo scrittore peruviano è vincitore di un premio Nobel per la Letteratura  nel 2010; e ha ottenuto l’ambito riconoscimento, nella Konserthuset di Stoccolma, nonostante la sua propensione per gli schieramenti di centro destra del panorama politico mondiale (egli stesso,  con una coalizione di tale tipo, si era candidato, senza successo, alle elezioni presidenziali peruviane). Con pochissimi altri autori  rappresenta un’eccezione nel panorama umano di quel premio sempre al centro di polemiche e controversie politiche per la prevalenza gauchiste dei giurati.

Vargas Llosa, in occasione della prossima uscita del volume, ha concesso un’intervista al “Corriere della sera”,  pubblicata nel supplemento “Sette”.

In essa, lo scrittore, che ha firmato un manifesto di intellettuali spagnoli per denunciare alcuni abusi opportunistici del “Me-too”,dice cose molto interessanti in tema di rischio  di un “suprematismo morale” e della conseguente frode di una pretesa superiorità etica di alcuni individui che assumono di essere migliori di altri  (anche se si tratta di eroi del passato), ma scivola e cade malamente quando passa a occuparsi della politica attuale.

In tale settore egli  dimostra che, anche a destra come a sinistra, la confusione nel giudicare la recente situazione mondiale ha veramente raggiunto il diapason.

Lo scrittore peruviano, come tanti altri quisque de populo, emuli di Tarquinio il Superbo che amava recidere (con voluttà) nel suo giardino  i papaveri più alti di stelo che sovrastavano gli altri e disturbati, come verosimilmente sono,  dalle personalità prorompenti di uomini politici d’intelligenza superiore alla media (avvenne anche con Winston Churchill, cui fu preferito dalla massa dei votanti, dopo la vittoria conseguita in guerra dagli Alleati Anglo-americani, il modesto Clement Attlee), non ama Donald Trump.

Egli si augura che Joe Biden possa dare “agli Stati Uniti d’America il giusto ruolo”(Quale? Quello imperialistico e qualificato “guerrafondaio” nella lunga storia del secondo dopoguerra mondiale? Quello di fedele seguace della politica suggerita (eufemisticamente parlando)  dai banchieri di New York e di Londra e dai costruttori di armi micidiali?)

Mutuando l’anti-trumpismo dai mediocri intellettuali della gauche(che egli pur dice di disprezzare), Vargas Llosa definisce il Presidente degli Stati Uniti d’America, addirittura, vittima di “paranoia della Cina”.

Ingenuamente (sembra il caso, in mancanza di prove diverse, di utilizzare tale avverbio), lo scrittore giudica Trump “distratto”. Lo accusa di non avere capito  che quel grande Paese non è più comunista ma capitalista e populista (!); aggiunge poi che il capitalismo cinese è di Stato, senza rendersi conto che basterebbe tale sua affermazione per giustificare l’avversione di ogni  vero liberale contro quel “regime”, senza che possa ritenersi giusta  e congrua l’attribuizione della  qualifica di “paranoico” a chi l’avversa.

Ciò che, però, sfugge a Vargas Llosa è che la Cina ha lo stesso, identico obiettivo dell’Unione Europea e dei Tycoondi Wall Streete della City, veri nemici di Trump, ancorché nati e viventi nel vecchio Continente e nel nuovo Mondo.

Il mustdi tale “fronte” è cancellare l’Occidente dal novero dei Paesi industrializzati (salvo che per gli opifici dei “signori della guerra” produttori di armi che tengono vivi i “remunerativi”  focolai bellici, ricorrenti soprattutto tra gli appartenenti alle tre religioni monoteistiche mediorientali) e condurre a termine l’operazione intrapresa da molti decenni di FinanzCapitalism.

Warning dello scrittore sudamericano non si fermano all’asserita paranoia di Trump per la Cina.

Egli avverte che non soltanto quel Paese Orientale  ma anche la Russia ha sviluppato una tecnologia capace di influenzare e intervenire nelle elezioni di altri Paesi, appoggiando o contrastando certi candidati.

L’osservazione è incontrovertibile; non sposta, però,  neppure di una virgola la nebulosità del suo pensiero politico.

Il problema  di Vargas è  che dovrebbe sforzarsi di capire (ed eventualmente di chiarire ai suoi lettori) in quale direzione di spostamento di voti si muovano i tentativi russi e quelli cinesi: se in quella della conservazione del sistema produttivo di tipo industriale (com’è nel caso della Russia) o in  quella dell’esasperazione del capitalismo monetario perseguita dal sistema bancario e dall’Unione Europea (com’è nel caso della Cina desiderosa di evitare ogni concorrenza ai suoi manufatti).

Domande finali:

E’ proprio certo lo scrittore peruviano che difendere il sistema capitalistico sul Pianeta con il ruolo pregnante riservato all’Uomo a livello direttivo o esecutivo del processo produttivo sia un male e che sia, invece, preferibile il ritorno a un regime economico  in cui la moneta, come l’antico latifondo nell’ancien regime,  produca di per se sola reddito con l’aiuto impersonale di robot umani o meccanici?

E ancora: Quando lo scrittore-premio Nobel afferma che è di vitale importanza la sconfitta di Trump alle imminienti elezioni presidenziali in America: “perché altri quattro anni con lui e siamo perduti” non cade egli stesso in quel suprematismo morale di chi si sente superiore agli altri ?

E allora, come si concilia il suo giudizio assiomaticocon le parole di fuoco usate in altra parte dell’intervista?

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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1 COMMENTO

  1. Dunque non è una recensione al nuovo romanzo di Llosa, ma all’intervista concessa al Corriere… a saperlo non avrei perso del tempo per leggere le banalità del presunto critico.

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