Non sono ancora del tutto palesi gli effetti (che verosimilmente si dimostreranno disastrosi) sotto molteplici aspetti,  del Covid 19 ma un primo discorso su di essi può essere fatto. Lo starnazzare, sin qui intenso, di tutte le oche dell’incompetenza nazionale lo rende certamente più difficile ma non impossibile.

Certamente: il crollo di ogni principio di “certezza del diritto” per l’accavallarsi di norme farraginose e incomprensibili ha dato voce a “tuttologi del giure” (di notorietà “pubblicistica”  impari rispetto  alla loro reale competenza  normativa) che hanno confuso ancor più le cose; l’approssimazione in campo scientifico, inevitabilmente  determinata dall’assoluta novità del virus,ha indotto gli scienziati della materia (virologi, epidemiologi, infettivologi)  più scrupolosi a starsene in disparte (nell’attesa di poter dire qualcosa di serio e di “non d’improvvisato”) e ad ascoltare, muti, gli exploitdi  professionisti di seconda linea portati alla ribalta, in un clima di generale sicumera, da uomini politici di mezza tacca.

Gli Italiani nel contrastare la diffusione della malattia, si sono dimostrati “seri” secondo il Presidente della Repubblica, ma si può aggiungere che essi siano stati  favoriti anche dal fatto di non essere troppo adusi al godimento della libertà, essendo vissuti,  per due millenni, in condizioni di pensiero non propriamente libero e incondizionato da verità assiomatiche, religiose o politiche (come avrebbe detto Boris Jonhson, ma solo implicitamente).

Il clima non è sereno e gli ignoranti e gli incompetenti non sono stati costretti ad abbandonare il potere. Esso, oggi, è ancora saldamente nelle loro mani.

Comincia, però, ad essere bene evidente che il timore di tutto e di tutti che ha caratterizzato il comportamento delle persone nel corso della pandemia o ha spento negli Italiani (ma forse in tutti gli abitanti del Pianeta) ogni residua traccia di socialità, o ha dimostrato  che tutte le esaltazioni di solidarietà umana di sacerdoti, sociologi e uomini politici sono sempre stati dei clamorosi e interessati “fake”.

Il caso italiano può considerarsi soltanto più emblematico di altri, perché, in realtà, nel Bel Paese la socialità, nonostante l’aspirazione di ogni essere umano a instaurare rapporti sociali, è stata sempre una sorta di “Araba Fenice”. Forte e robusta nei proclami della fede e della filosofia politica nonché nelle affermazioni della borghesia con false pretese sia intellettuali sia etiche,  è stata sempre molto claudicante nella pratica concreta dei consociati.

La naturale tendenza dell’Uomo alla vita associata ha trovato, da noi, costantemente un ostacolo nella ricorrente e diffusa difficoltà degli Italiani, legati al “campanile” e alle “corporazioni”, a integrarsi tra di loro. E ciò soprattutto in presenza di imprevedibili e pericolosi eventi.

In altre parole, la rete di solidarietà universale di cui parlano sciamani e maestri del pensiero filosofico di una certa tendenza è spesso smentita, in Italia, dalle circostanze.

Allo stato attuale, una di esse è stata la diffusione di un morbo pandemico come il Covid19: essa non ha risparmiato colpi mortali alla socialità italica (e forse anche planetaria).

In passato ogni malattia epidemica era chiamata “peste” e, pur considerata dai più una punizione divina, rappresentava per moltitudini cospicue l’occasione per lo scatenarsi di odi e rancori a lungo covati: ebrei, massoni, mussulmani, streghe, lebbrosi erano indicati come artefici del male e, all’occasione propizia, duramente colpiti.

Quando non v’era quello “sfogo”, la “fuga” dai malati e dal morbo era volontaria, discrezionale e soggettiva.

Ai tempi attuali la situazione è cambiata. Anche se la colpa è attribuita da molti individui ai Cinesi, la rabbia resta impotente. I presunti “untori” sono troppo lontani, forti e numerosi per essere oggetto di vendette. Inoltre la pratica del lockdown,diffusa in molti Paesi del Pianeta, è imposta costrittivamente dalle Autorità ed è volta a impedire ogni tentativo di “fuga” per evitare il contagio.

La segregazione in casa (v’è chi ha parlato di “arresto domiciliare”) ha avuto effetti deleteri sulla psiche umana: ha allentato non solo i vincoli sociali ma persino quelli familiari.

I nipoti e i figli in età verde hanno avvertito di essere considerati  come potenziali “untori” e hanno capito di essere tenuti lontani dal desco domestico per evitare il contagio di genitori e nonni, considerati (verosimilmente,  a ragione) le persone più esposte al male.

In un tale quadro di rapporti alterati, non può considerarsi  una casualità l’irruenta ed emotiva reazione dei giovani di trasgredire le regole imposte a tutela della salute di tutti e di riversarsi numerosi e senza mascherine nelle discoteche e nei luoghi della cosiddetta “movida”: è saltato il fake dell’abnegazione e del sacrificio dei genitori ed è stato inferto un duro colpo all’idea di solidarietà inter-generazionale.

I ragazzi si sono sentiti lasciati a se stessi ed evitati dai più stretti congiunti, anche se per plausibili ragioni.

Ma la socialità si è spenta anche a livello di amicizie e anche, in tal caso, per un motivo profondo: la lontananza ha dimostrato il fake insito nei rituali salottieri  e conviviali.

Dopo il lockdown la gente di età matura ha compreso di non avere, salve poche eccezioni,  alcun bisogno vero di incontrarsi (con o senza “assembramenti”) con persone estranee al proprio nucleo familiare e di essersi sempre “auto-ingannata” sui valori inestimabili dell’amicizia.

Si è capito, in altri termini, che l’aspirazione alla socialità, alla solidarietà, al bisogno di comunicazione interpersonale, pure innestata su un dato naturale, ha sempre risposto ad interessate concezioni di carriera ovvero politiche e religiose; ha fatto da supporto a tesi ipocrite ammantate di universalismi tendenti a nascondere l’anelito (animale) alla sopravvivenza individuale.

La crisi della religione e lo stallo della politica, cui la gente oggi assiste, potrebbero avere tale motivazione.

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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