Giovedì 23 giugno in molte città italiane si svolgerà la manifestazione nazionale “I diritti alzano la voce” in difesa dei diritti dei più deboli, organizzata dal Forum del Terzo Settore. L’iniziativa è promossa anche dalle due maggiori organizzazioni in difesa dei disabili, la FAND e la FISH.

Il Partito Liberale Italiano ha deciso di aderire alla manifestazione – attraverso il Direttivo PLI di Roma e Provincia che ha approvato con voto unanime – in totale accordo col documento con cui la FISH e la FAND motivano la partecipazione.

La ragione che ha portato il PLI ad aderire all’iniziativa nasce di tutta evidenza dagli illogici tagli orizzontali, previsti dalla manovra Tremonti, i quali sembrano addirittura avere profili di incostituzionalità verso l’art.38.

In quanto liberali non può, pertanto, essere messo in discussione il diritto delle persone con disabilità, poiché debbono essere garantiti tutti quei diritti che “al nastro di partenza” della vita li possano rendere autenticamente capaci di autodeterminarsi liberamente al pari d’ogni cittadino. Risulta quindi di fondamentale importanza ribadire che lo Stato debba garantire e non ridurre la dignità che viene tutelata nei diritti delle persone con disabilità.

Ad ogni conto la piaga delle “false invalidità” così gestita genera un perverso meccanismo di controllo burocraticamente farraginoso, che oltretutto produce sia una maggiore spesa a carico della collettività sia un inaccettabile procedimento inquisitorio nei confronti di chi la disabilità la vive quotidianamente nella realtà. Lo Stato – ad oggi – contribuisce perciò a rendere la vita dei disabili e degli anziani solo più complicata e spesso insopportabile per chi soffre di patologie più gravi. Una semplice autocertificazione d’invalidità rinnovata periodicamente e comprovata da documentazione medica – che se risultasse falsa, andrebbe rigorosamente sanzionata – basterebbe per tutelare la persona e la collettività dagli abusi.

In occasione di questo evento organizzato a livello nazionale e che avrà il suo presidio principale a Roma in Piazza Montecitorio, abbiamo rivolto alcune domande a Pietro Vittorio Barbieri, Presidente Nazionale della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH).

Domanda – L’Italia dà giusta attenzione ai diritti delle persone disabili?

Risposta – Le persone con disabilità e le loro famiglie da anni sono oggetto di una attenzione “particolare” da parte del Governo, non per affermare la piena dignità di ogni vita e la battaglia contro l’emarginazione di cui sono vittime, bensì come “falsi invalidi”, “scrocconi” e “spesa che lo Stato non può permettersi”. Un approccio ad un fenomeno che include milioni di cittadini, diretto a moltiplicare le soglie di accesso ai pochi diritti che sono stati garantiti da una legislazione estesa, ma altrettanto ampiamente disattesa.

Per accedere ad una prestazione economica o ad un servizio, ancora oggi è necessaria una certificazione medico legale. Con ben tre livelli di accertamento: la funzione è interamente pubblica ma di diverse istituzioni, le Asl e l’Inps, le prime con compiti ordinari, il secondo con compito di verifica ordinario sull’operato delle Asl e di verifica straordinaria ormai non più a campione dato che il Governo ha messo in piedi un programma costituito da centinaia di migliaia di verifiche. Con risultati che la stessa maggioranza parlamentare ha definito inutili, invocando invece un restringimento delle condizioni di salute alle quali riconoscere gli emolumenti economici per ottenere un vero risparmi (restringere gli aventi diritto, non colpire i falsi invalidi).

D. – In che modo i falsi invalidi riescono ad eludere le maglie della burocrazia?

R. – A questo scenario, non corrisponde l’idea diffusa nella popolazione dell’esistenza del fenomeno dei cosiddetti “falsi invalidi”. Se facciamo eccezione con i casi eclatanti riportati dai media, per di più svelati dalla magistratura e non dalla funzione di verifica dell’Inps, si dovrebbe circoscrivere storicamente il fenomeno: si tratta di un utilizzo distorto delle norme in essere per accedere ai posti di lavoro pubblici e privati riservati dalla legge in vigore. È più facile infatti sovrapporre più o meno esistenti micro patologie e raggiungere la percentuale di invalidità del 47%, soglia necessaria per accedere alle liste speciali di collocamento, piuttosto che il 100% per il quale è indispensabile comprovare e certificare patologie visibili a occhio nudo e contestualmente di una certa gravità. È anche più conveniente poiché un contratto di lavoro qualsiasi è ben più remunerativo dei 480 euro mensili dell’indennità di accompagnamento.

D. – Quali sono le criticità nel sistema di verifica delle invalidità?

R. – L’attuale sistema di verifica dei requisiti ha delle caratteristiche negative: vessa le persone con disabilità e le loro famiglie, non colpisce gli abusi esistenti, e moltiplica il contenzioso tra Inps e cittadino (400 mila cause), con l’effetto di rallentare ulteriormente il sistema della giustizia civile.

Come registra la Corte dei Conti, la spesa dell’Inps per l’informatizzazione e per le nuove funzioni di verifica ordinaria e straordinaria, è cresciuta in maniera smisurata. Senza effetti tangibili.

Il sistema è governato da un’idea repressiva: lo Stato non crede nei cittadini che pensa abusino in  misura eccessiva delle prestazioni assistenziali. Vi è un diffuso sentimento di risarcimento sociale al contrario, laddove i cittadini devono dimostrare costantemente che non stanno truffando lo Stato e quindi la solidarietà tra cittadini. La persone con disabilità è permanentemente un cittadino sub judice.

D. – Tutto ciò cosa determina insieme alla disfunzione del sistema di verifica?

R. – Questo implica una compressione del pieno sviluppo della personalità degli individui e un oggettivo impedimento a poter godere dell’eguaglianza di opportunità.

Il cittadino con disabilità pertanto gioca la sua partita, quella del proprio progetto di vita, in difesa. È il “primum vivere” al quale si è costretti non solo per lo stigma dell’improduttività coltivato in secoli di cultura non liberaldemocratica. È la Repubblica che opera per rinfocolare il pregiudizio e non lo fa solo con dichiarazioni a mezzo stampa, bensì attraverso una quantità enorme di accertamenti costanti nella vita delle persone e delle loro famiglie.

D. – Quanto pesa in termini economici il meccanismo burocratico di verifica delle invalidità?

R. – Tutto ciò ha un costo economico misurabile. Le risorse impiegate per la funzione di verifica ordinaria e straordinaria, con l’esito dell’11% annuo circa di mortalità di emolumenti economici dell’invalidità civile, persino inferiore alla percentuale riscontrata negli anni precedenti l’istituzione della funzione di verifica. E poi le persone e le famiglie costrette a dedicare spazio, tempo e risorse economiche per produrre sempre nuove certificazioni, andare a ulteriori visite e spesso accedere a permessi lavorativi per rispondere al fardello burocratico imposto loro.

Il paradosso è che lo Stato inquisitore è una versione più radicale, rispetto alle precedenti, proposta dal Governo di una maggioranza il cui motto è “meno Stato, più mercato, più società”. A giustificare tale divaricazione con un’appartenenza culturale e politica, non è sufficiente nemmeno il richiamo ai dati generali della popolazione e della spesa pubblica:

– in un sistema di welfare prevalentemente pubblico quale quello europeo, l’Italia in percentuale sul Pil spende meno di tutti i paesi dell’Europa a 15 (quelli con i quali ci confrontiamo per i dati economici, sociali, culturali e politici), meno della Polonia e lo stesso della Bulgaria;

– ormai un cittadino su quattro che usufruisce dell’indennità di accompagnamento è anziano, dato che trova riscontro in difetto nell’invecchiamento della popolazione (tra l’altro a dimostrazione del fatto che non tutti gli aventi diritto ne fanno richiesta);

– si tratta di 480 euro mensili contro un costo medio per l’assistenza di un badante di circa 1500 euro al mese (il resto è quasi interamente a carico della persona e/o della famiglia);

– nel suo complesso, e quindi tra spesa statale, regionale e comunale, la spesa per i servizi sociali in Italia è – al lordo dei recenti tagli – di 6.6 mld di euro, contro i 16 mld di emolumenti diretti (indennità di accompagnamento e pensioni di invalidità). Solo due terzi del primo capitolo è destinato a servizi per anziani e disabili. Quindi, ai 480 euro/mese dell’indennità di accompagnamento, si aggiunge una spesa pubblica di 180 euro/mese. Molto lontano dal costo reale che sostengono i cittadini.

Quindi, i cittadini vivono la condizione di disabilità e di non autosufficienza in larghissima misura nel privato della loro condizione e della loro famiglia. E lo Stato li inquisisce.

D. – Quale approccio metodologico suggerisce per vedere rispettati i diritti delle persone con disabilità?

R. – C’è bisogno di una seria riflessione culturale che affermi un rapporto nuovo tra Stato e cittadino con disabilità. Una attenzione nuova che consenta a questo rapporto di emergere dalle incrostazioni ottocentesche di cui è prigioniero. Un approccio che elevi il cittadino con disabilità da fragile (e quindi suddito), ad una cultura della diversità garanzia di non discriminazione e pari opportunità.

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