Uno degli effetti involontari dell’azione dei responsabili della gestione della pandemia del  Covid19 è stato quello di ispirare a giornalisti e pubblicisti “tuttologi” molti discorsi di buon senso:e ciò, sin dall’inizio della diffusione del morbo.

Quando, però,  ci si è accorti che le misure cervellottiche talvolta emanate dai pubblici poteri, nell’intento di arrestare la diffusione del virus, superavano per così dire i livelli di guardia; che i poteri centrali dello Stato e quelli locali si azzuffavano con inconsueta libidine di lotta senza raggiungere, peraltro, alcun risultato concreto nella lotta all’epidemia; che i poteri dello Stato confliggevano sempre più apertamente tra di loro nel ritenere o meno equi e ragionevoli (aggettivi già di per sé molto ambigui e criptici) divieti, proibizioni, limitazioni di libertà, inflizioni di condanne con multe particolarmente “salate” e spingevano i giudici a occuparsi anch’essi della salute dei cittadini con decisioni repressive; i discorsi di buon senso sono notevolmente aumentati.

Oggi non v’è giornale  che non ne contenga uno. Orazio è compulsato a ripetizione: tutti in un modo o nell’altro si richiamano al suo est modus in rebus.

Eppure, un solo discorso di buon sensonon è stato ancora fatto.  E vorrei provare a farlo.

L’umanità, a parte le guerre batteriologiche che sono una novità dei tempi attuali, conosce da sempre le malattie: alcune infettive altre no.

La gente da sempre incontra per strada, in luoghi affollati, in pubblici ritrovi, in case private gente che vede soffrire in modo palese, tossire, mostrare i segni di un febbrone galoppante e così via.

Quando ciò avviene, essa si protegge come può e raramente si preoccupa di sapere se tanta sofferenza riscontrata in quei propri simili ha prodotto nei giorni seguenti  la morte di qualcuno di essi, il ricovero d’urgenza in ospedali, cliniche e via dicendo.

Di quelli che non presentano sintomi visibili, il quisque de populosi disinteressa totalmente, anche se per avventura sono in cura chemioterapica, stanno per morire di cancro o sono prossimi a subire, ovviamente a loro insaputa, un ictuscerebrale o un infarto.

Sui necrologi la gente cerca di individuare solo amici e conoscenti per le condoglianze di rito e le manca ogni notizia sul numero dei decessi nella sua città, nella sua Regione, nel suo Paese e sull’intero Pianeta. Vive alla giornata e nei limiti del possibile felice e spensierata, pur nella ragionevole previsione della morte di molti amici e conoscenti.

Tutto ciò, però, non le diventa più possibile se le Autorità, l’Opinione pubblica, il sistema mass-mediatico scoprono che c’è un’epidemia in atto.

Essa, atterrita da ciò che apprende, gira lo sguardo intorno e si chiede quanti suoi simili tra quelli che vede in giro o peggio ancora incontra siano “untori” in grado di farla ammalare.

Non le importa granché che siano febbricitanti, tossiscano, starnutiscano, abbiano fitte lancinanti alla gola, perché gli  scienziati, i virologi, gli infettivologi, gli epidemiologi le hanno detto che possono essere “asintomatici” e anche più pericolosi di quelli che respirano a fatica.

La gente osserva quei suoi simili  quando li incontra per strada o nei negozi con la compassione che si deve avere per dei morti-viventi o dei viventi prossimi a morire e allo stesso tempo fugge da loro.

Dato il numero strabocchevole di potenziali e pericolosi untori, la gente non sa quale sia il destino di quegli “asintomatici” che  in modo incosciente, senza febbre, senza tosse, senza neppure un solletichino alle tonsille, se ne vanno liberamente in giro sia pure  solo nelle stanze di casa, stiano senza mascherina ma in quarantena, non abbiano nulla che diversifichi la loro vita da quelli che ignorano risultati di tamponi, di striscie sierologiche e quant’altro se non per il fatto che non possono contribuire a fare sbarcare il lunario a commercianti, albergatori, ristoratori, tassisti e via dicendo.

Domanda: E’ proibito invocare il buon senso e chiedere che alla gente si faccia sapere quanti dei cosiddetti contagiati, oltre a quelli che muoiono o vanno in terapia intensiva, vivono la loro vita di “asintomatici” standosene in quarantena per non creare catene di altri eventuali  e pur sempre possibili “asintomatici”cui incomberà lo stesso destino?

Certamente sarebbe una notizia del tutto irrilevante ai fini del conforto per la fine del morbo, ma forse, se la percentuale si avvicinasse al novanta-novantacinque per cento dei contagiati,  aiuterebbe a mitigare il clima di terrore che il publicizzato aumento quotidiano e  progressivo del numero dei portatori del virusgenera nel quisque de populo.

Qualche notizia appresa “di straforo” dice che da luglio in poi il numero dei contagiati “asintomatici” in grado di continuare a vivere una vita normale sia pure in quarantena è rimasto costante. Perché non lo si dice alla gente?

Certo non cesserà di  soffrire per la gente che muore, si addolorerà per quelli che sopravvivono con l’erogazione dell’ossigeno ma saprà pure che la stragrande maggioranza dei contagiati se la passa non male, standosene davanti al televisore o facendo parole incrociate. Se la gente sapesse che il novanta o novantacinque per cento di quelli che ci siamo indotti a considerare dei morti-viventi, potrebbe vivere cent’anni, ne sarebbe felice

Domanda: perché lasciar dire queste cose solo a Donald Trump? Per ingiuriarlo, perché così ci suggerisce la stampa dei banchieri? E se il Presidente americano avesse fatto soltanto uso di quel “buon senso” di cui tanti “tuttologi” stanno dando prova in questi giorni?

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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