Già.

Per molti di noi questa non è affatto una riflessione obbligata.
In un tempo in cui si respira -a pieni polmoni (si fa per dire)- una grande emergenza sanitaria pubblica, che sta mettendo a dura prova lo  stesso sistema medico e ospedaliero non possiamo ignorare la validità una forma previdenziale pubblica affatto differente da quella statunitense: che solo nella chimerica “immunità di gregge” (raggiungibile con milioni di morti, forse) poteva sperare nella sopravvivenza di un sistema liberalistico fino in fondo.
Non è stato così.
Ma noi italiani possediamo un alto valore collettivo -per molto tempo incompreso, perché anche fonte di corruzioni e sprechi- che impostó, nella cd. “Prima Repubblica”, la Democrazia Cristiana d’intesa con i partiti laici e socialisti ai tempi del “proporzionalismo” e che è un vero fiore all’occhiello per l’Italia tutta.
Questa epoca storica e politica potrebbe essere presa a riferimento per riparametrare il senso dello Stato: ché, altrimenti, ci perderemmo nella egoistica corsa alla sola ricchezza materiale, della “roba”, dove tutti sono contro tutti.
Ripensare il senso dello Stato e la sua funzione é l’insegnamento profondo che dovremmo trarre, alla buon’ora, da questa spiacevole contingenza sanitaria.
Lasciamo pure al governo Conte il disbrigo del lavoro di “fureria”, di gestire cioè una emergenza che lo obbliga a tutelare nel miglior modo possibile (a suon di dpcm) la nostra vita, ma concentriamo il vero confronto politico sui temi riformatori di uno Stato in grave difficoltà, che non andava proprio più.
Una volta posto che l’interesse di una comunità civile non si può ridurre a una semplice sommatoria degli interessi individuali, presentando un proprio specifico carattere distintivo, non potendosi affatto confondere con la semplice redistribuzione del reddito (che pare essere l’approdo finale di una sinistra un pó… retrò), non corrispondendo affatto -per il liberale 2.0- né al corretto agire politico e neppure a un etico senso morale, egli non può voltarsi in modo semplicistico dall’altra parte.
Dove domina un principio esclusivamente economico, la del tutto egoistica ricerca della esclusiva ricchezza materiale: un principio legittimo, beninteso, ma non del tutto sufficiente.
Per cui né l’una né l’altra parte sono capaci di interpretare il sentimento del liberale 2.0.
Che, pur comprendendo l’importanza del possesso e della cura di una complessa modernità di strumenti tecnologici, non può negare pure l’importanza del dispiegarsi di una corretta vita comunitaria: fatta di contatto, di dialogo e di solidarietà con i più bisognosi d’aiuto e conforto pubblico. Cioè il semplice aspetto economico non può esaurire in sé e per sé la bussola della vita nazionale.
L’uomo, dopotutto, è prima responsabile della propria vita, poi di quella della propria famiglia ma non può assolutamente tralasciare quella della comunità in cui vive.
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