Per capire ciò che avviene nel mondo bisogna ascoltare le voci provienti fuori dai nostri confini. Istituzioni e mass-media italiani non aiutano con il loro assordante silenzio.

Ieri, Henry Kissinger ha dichiarato apertis verbis di temere una guerra con la Cina. Altri notisti politici di Paesi esteri  ritengono che la guerra vi sia già stata e stia per finire con una pesante sconfitta dell’intero Occidente.

La maggior parte dei connazionali  che dice di intendersi di politica, vantandosi anche di avere una certa competenza in quel campo, confessa, nelle sempre più rare conversazioni private, di brancolare nel buio.  Si rifiuta, comunque, di credere  che le manovre in atto tra i vari Stati, perdenti e vincenti,  siano già quelle tipiche di ogni dopoguerra.

La domanda è: e se fosse proprio così?

Non dovrebbe essere difficile individuare i perdenti: sono i Paesi  che hanno avuto lutti innumerevoli per la stragrande quantità di caduti sui “campi di battaglia” (ospedali, case di ricovero per anziani, cliniche e abitazioni private),  a causa del  Coronavirus,e sanno che, dopo essersi leccate le ferite, si dovranno  indebitare sino al collo con chi farà loro credito di denaro (id est: i vincenti). Sanno, pure, di non avere altre vie d’uscita che finire nelle mani degli usurai. E’ una storia vecchia che si ripete, con poche variazioni, da millenni.

La classe politica di tali Stati, per sopravvivere, trova utile sorvolare sulle responsabilità di chi ha voluto la guerra, pur avendo informazioni che la massa non ha.  Ripete con il megafono le promesse di chi ha il denaro in cassa (le Banche e altre organismi che dichiarano di volerlo dare in prestito, in un modo o nell’altro) e la gente, di primo acchito,  non può che mostrare gratitudine.

Il sistema mass-mediatico, sul punto,  resta, conformisticamente, “cauto”; così  come nel pieno della pandemia non ha mai non accennato all’ipotesi dell’esistenza di una guerra “biologica”. “batteriologica” o “virologica”: non dichiarata da nessuno e contro nessuno.

In ciò è stato favorito dal fatto che non si è trattato di  un conflitto bellico, per così dire “normale”, combattuto a suon di missili con testate esplosive, crepitii di mitraglie e colpi di cannone.

Vi sono stati, come dicevano i Romani, solo acta o facta concludentia,  gravi azioni od omissioni, colpose o dolose, che hanno provocato una catastrofe umana ed economica di dimensioni enormi. Di essi si è taciuto.

Questi atti e fatti, con facile verosimiglianza, sono stati intuiti da taluno:   ricerche in laboratori scientifici, probabili scoperte di un vaccino mai divulgate se non segretamente ai propri  organi di governo (che li hanno utilizzati, a modo loro, protetti da cortine invalicabili), silenzi protratti e via dicendo.

I vincitori del conflitto sono stati  più di uno: non soltanto il Paese che ha avuto un numero limitato di vittime, ma anche  le organizzazioni (di varia denominazione) che saranno in grado di volgere a proprio vantaggio le perdite subite dalla gente, concedendo prestiti con interessi agli Stati colpiti.

Per il primo caso, v’è chi ha  pensato alla Cina, dove le morti sono state concentrate a Wuhan (e non si sono avute notizie di vittime in altre città cinesi, anche nell’immediato).

Per il secondo caso, v’ è chi ha fatto cenno alle centrali finanziarie di New York e di Londra e all’Unione Europea nella sua veste di erogatrice di somme a mutuo (Recovery Fund, MESet similia) agli Stati membri.

Qualche notista straniero ha osservato che le une e l’altra possono realizzare ingenti  profitti derivanti da un’usura non solo legalizzata ma anche invocata a gran voce dalle vittime della sconfitta.

Di solito, al termine di una guerra, combattutta “con l’onore delle armi” si celebra la vittoria con festeggiamenti prolungati e solenni.

Al termine di una guerra biologica, non essendovi il momento della resa dei perdenti nè quello della stipula  della pace tra gli ex belligeranti, quel momento “magico” degli inni alla fine del conflitto  non v’è.

Comunque, anche se mancano del tutto manifestazioni  esteriori di giubilo o di disperazione, non è difficile, capire se il tono usato nelle dichiarazioni ufficiali dai Capi degli Stati sia“trionfante o depresso”.

E’ di ieri la notizia che 13 Paesi Asiatici, tra cui Giappone (fatto di grande rilievo  storico) e Corea del Sud nonché  Australia e Nuova Zelanda hanno  sottoscritto un trattato (dalla stesura che si può immaginare molto laboriosa) che dovrebbe salutare l’inizio di un secolo che qualche notista politico ha già definito “cinese”.

Naturalmente, l’Unione Europea (che può ritenersi, sostanzialmente, la maggiore alleata della Cina per il comune interesse a “ridimensionare” il capitalismo industriale occidentale per sostituirlo progressivamente con quello finanziario (secondo la previsione avveniristica di Karl Marx ne Il Capitale), ha suggerito ai sottoscrittori dell’intesa  “un’integrazione istituzionale” come quella realizzata nel vecchio continente.

Grandi assenti sono stati l’India, paese importatore non ancora pronto alla competizione industriale, la Russia di Putin, la Gran Bretagna di Jonhson e gli Stati Uniti d’America non ancora completamente nelle mani di Joe Biden (che, sotto la presidenza democratica, si aggiungeranno, certamente, al gruppo, magno cum gaudio).

Allo stato, comunque, il patto già rappresenta il trenta per cento dell’economia e della popolazione globale e può raggiungere 2,2 miliardi di consumatori.

Una bella vittoria o un terrificante futuro, a seconda dei punti di vista.

 

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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