Mai forse come nel corso dell’attuale pandemia da Sars-CoV-2 si è assistito – in verità con un certo sgomento – al conflitto latente, oltre che potenzialmente esplosivo, fra diritto alla salute a tutela della collettività, e le sacrosante aspirazioni, del pari legittime, alla libertà individuale.
Di fatto si è creata una polarizzazione fra sostenitori tout court delle esigenze della collettività a tutela del diritto alla salute, anche a costo di forti limitazioni della libertà individuale; e dall’altro lato i difensori della libera scelta dell’individuo, anche a prezzo dell’interesse generale. Fra i primi (di norma ascrivibili all’area delle sinistre), si riconoscono i fautori dell’obbligo generalizzato delle mascherine, oltre che di norme più stringenti, eventualmente anche a forte impatto sul piano economico (lockdown o limitazioni negli spostamenti: personali e territoriali); mentre i secondi (in genere dell’area politica delle destre), ostili a chiusure indiscriminate e a limitazioni di qualsiasi tipo, molto più elastici anche riguardo ai comportamenti da tenere, compreso l’obbligo dell’uso di mascherine (dagli atteggiamenti più blandi ai veri e propri no mask).
Una visione politica equilibrata, che deve fare i conti con la realtà e assumere su di sé in pari tempo l’onere del governo di un paese, deve necessariamente mediare fra queste due opposte tendenze, apparentemente inconciliabili: diritti della collettività alla salute e diritti alla libertà individuale non possono essere in conflitto e autoescludenti.
La prospettiva liberale – per innata vocazione di ‘centro’, e in quanto tale portata per sua natura alla mediazione e al rifiuto degli opposti estremismi di destra e di sinistra – pur agendo (per la sua storia politica) in difesa dei valori supremi della libertà e dell’individuo, non può non essere favorevole alla ricerca di un punto di equilibrio e di incontro.
In tale ottica di compromesso, non ci si può tuttavia esimere dal sottoporre all’attuale governo in carica una piattaforma minima di cinque punti-base, tutti però va detto – almeno finora – ampiamente disattesi, chi più chi meno, dall’esecutivo:
1. Difesa a oltranza del tessuto produttivo nazionale.
Un nuovo locdown, soprattutto generalizzato ed esteso a livello nazionale, non pare francamente più sostenibile. L’economia italiana, giù duramente provata nei mesi scorsi dagli effetti della pandemia, non può più permettersi un’ulteriore serrata totale. In caso di acutizzazione della situazione sanitaria, vanno pertanto preservate e tutelate le realtà industriali, aziendali e in genere economiche del paese, oltre alle strutture essenziali, non ultima la scuola, la cui apertura va assicurata, ma in condizioni di sicurezza.
2. Differenziazione fra chi rispetta le norme e chi no.
Una chiusura indifferenziata dei locali (in modo particolare nell’ambito della ristorazione), senza distinguere affatto fra chi si attiene alle normative vigenti e chi no, risulta ingiusta e penalizzante nei confronti degli operatori di mercato. Molti soggetti economici, che pure hanno investito per adeguarsi e adeguare i locali al rispetto delle norme sanitarie, con notevoli sforzi finanziari, si sono visti accomunati nella chiusura a coloro che a tali investimenti non avevano provveduto. La soluzione adottata dal governo, di chiusura indiscriminata e senza distinzioni, pare più che altro una resa maldestra a fronte della constatata impossibilità – per mancanza di personale – di procedere ai controlli del caso, ma al solito le deficienze del pubblico non possono rivalersi sul privato.
3. Maggiore coinvolgimento del Parlamento.
L’emanazione ad hoc di DPCM o di decreti da parte dell’esecutivo deve di necessità prevedere un maggiore coinvolgimento del Parlamento e degli organi costituzionali: l’autoreferenzialità e l’eccessivo presenzialismo da parte del Presidente del Consiglio rischiano di configurarsi come niente più che sintomi di una deriva demagogica e populista in atto. La discussione in Parlamento, e

l’avallo degli organi costituzionali a ciò preposti, costuiscono invece tutela dell’assunzione di decisioni comuni e condivise da parte di tutto il Parlamento.
4. Coinvolgimento reale delle opposizioni.
Nell’ottica di cui sopra, e all’interno di un quadro emergenziale di oggettiva preoccupazione, si impone la necessità di una effettiva condivisione delle decisioni via via assunte: suo presupposto essenziale è il dialogo fra le diverse forze politiche, allo scopo di assumere decisioni il più ampiamente condivise. L’auspicio è quindi quello di un coinvolgimento delle forze di opposizione nelle scelte di governo, o quantomeno quello di una interlocuzione reale e non puramente di facciata.
5. Limite temporale allo stato emergenziale.
La limitazione delle libertà individuali e la sospensione di alcuni diritti fondamentali della persona (fra i quali figurano gli spostamenti o la libera associazione o frequentazione di altri soggetti) sono accettabili soltanto all’interno di un quadro emergenziale, che per sua definizione non può che essere temporaneo e di validità chiaramente determinata. La proroga continua e sine die dello stato emergenziale, con DPCM a cadenza pressoché settimanale, non risulta pertanto legittimata né dalla prassi né dalla giurisprudenza.
È nei momenti di oggettiva difficoltà che lo Stato deve dare prova di unità, superando la logica perversa delle parti nel superamento dei punti di vista parziali, in nome dell’interesse superiore dello Stato di diritto e della Costituzione. Ed è solo dalla disponibilità al dialogo che si misura il vero valore delle forze politiche in campo.

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