Non sono neppure lontanamente paragonabili gli effetti distruttivi di una guerra tradizionale (intere città rase al suolo, perdite numerose e violente di vite umane), oggi resa più devastante dalla possibilità di utilizzare missili e bombe a testata nucleare (radioattività diffusa e persistente) , a quelli di una guerra biologica da virus.

Si tratta di cose diverse e di conseguenze differenti.

E’ piuttosto il ruolo che i detentori del potere  politico richiedono o impongono al sistema mass-mediatico a complicare le cose e ad aggravare gli effetti  già di per sé negativi di un morbo virale pandemico.

Mentre, infatti, nel caso della guerra tradizionale ai mass-media viene richiesta o imposta propaganda (ogni azione bellica è sempre anticipata e/o seguita da reportagefotografici, cineriprese, commenti e notizie che falsamente ingigantiscono, riducono o alterano  i contorni degli scontri armati e delle più importanti  battaglie); nel caso di un’epidemia, stampa e radiotelevisione si assumono o sono “caricate” di un diffuso impegno “terroristico” (immagini deprimenti di corsie d’ospedali e di cliniche, di alambicchi, di siringhe, di tamponi, di provette, di  bare allineate in cortili tetri, volti terrorizzati di impotenti cittadini).

E v’è chi  teme che la paura così alimentata non sarà priva di conseguenze a fine pandemia.

Chi ha memoria della seconda guerra mondiale, ricorda certamente le fughe precipitose e gli assembramenti nei rifugi antiaerei (caverne scavate nel sottosuolo o locali ampi nei piani terreni degli edifici). La gente vi si riversava, scapicollandosi,  al primo squillo delle sirene. I nuclei familiari o anche semplici conoscenti, abitanti nello stesso condominio, e/o  amici di lunga o breve data che s’incontravano lì per caso,  si stringevano in abbracci di affettuosa, emotiva solidarietà; avvertivano che li univa una  forza derivante dalla contiguità nello stesso luogo e dalla condivisione dello stesso terrore. Quella “vicinanza” coatta produceva, poi, i suoi effetti anche nel dopoguerra, favorendo, prima, la ricostruzione del Paese e poi il “miracolo economico”  in un afflato di unità mai avvertito prima sullo Stivale.

Il “terrorismo” mediatico subito nel corso della pandemia ha prodotto effetti ben diversi, disgregando la famiglia e la società occidentale: i giovani (nipoti e figli) sono stati indicati come i possibili “untori” e sono stati tenuti lontani, respinti da casa con la complicità dei loro parenti più stretti (genitori e avi) dimostratisi più vili di Don Abbondio nei confronti degli editti di Don Rodrigo; i cosiddetti “amici” hanno scoperto il “fake” di relazioni sociali che avevano ben altre (e più squallide) motivazioni che non la simpatia e la voglia di stare insieme; sono comparsi dappertutto “caporali di giornata” sotto le vesti soprattutto di commessi, che, con mala grazia e toni da “kapò”, controllavano e imponevano la collocazione (a loro insindacabile giudizio, corretta) delle mascherine, impedendo, talora, l’ingresso nei negozi per l’acquisto delle merci, a chi, comperando, poteva garantire loro lo stipendio; la diffidenza e il malanimo verso gli altri è cresciuto in modo esponenziale.

E’ prevedibile che il Paese, a fine pandemia, appaia atomizzato più che disunito, insensibile al richiamo di fandonie sull’amore per il prossimo, amareggiato dalla dura verità del reciproco rancore e finalmente consapevole di avere assistito a un sotterraneo e nascosto scontro di portata titanica tra due parti di un Pianeta spaccato a metà.

Da un lato vedrà i  vincitori: la Cina (con il patto dei Paesi asiatici), l’Unione Europea gestita dai tecnocrati di Bruxelles, le Centrali finanziarie di Wall Streete della Cityche hanno ripreso il dominio sugli Stati Uniti d’America con la vittoria, contestata e peraltro molto striminzita di Biden su Trump (come avvenne anche con Winston Churchill, cui fu preferito dalla massa dei votanti, dopo la vittoria conseguita in guerra dagli Alleati Anglo-americani, il modesto Clement Attlee).

Dal versante opposto gli sconfitti:

  1. a)i conservatori della società industriale (ormai solo britannici) che possono ancora dare fastidio alla Cina  e alla concorrenza asiatica, con la loro politica di dazi doganali, contraria alle delocalizzazioni e protettiva del sistema manifatturiero occidentale;
  2. b)i Tycoondella produzione elettronica e digitale che con Internet e i BitCoin possono sempre mettere in crisi l’intero sistema bancario mondiale e i cospicui profitti da esso realizzati;
  3. c)i russi di Putin, mezzi europei e mezzi asiatici, che hanno saputo respingere il cappio sia dell’Unione di Bruxelles sia della Cina di Pechino.

V’è chi sostiene che la vittoria conseguita dal sistema indistriale cinese e dal Finanzcapitalism dell’Unione Europea, per effetto del virus,potrebbe rischiare di essere come quella di Pirro. Il terrorismo mediatico, infatti, ha spaccato l’Occidente anche tra vecchie e nuove generazioni.

Mentre gli anziani, vittime di una cultura stravolta dagli ideologismi acritici, sia religiosi sia filosofici, e disabituati a ragionare con la propria testa si sono rincantucciati nella paura, confusi ed atterriti, ed hanno seguito pedissequamente i suggerimenti di politici, giornalisti, virologi, epidemiologi e medici anche del tutto sprovveduti, i giovani si sono ribellati ai diktatpiù cervellottici ed assurdi ed hanno seguito l’istinto vitale di stare insieme e di continuare a vivere; come è sempre avvenuto, d’altronde,  in un mondo aduso da miliardi di anni alle catastrofi e ai disastri.

Sono stati accusati della peggiore nequizia, quella di avere provocato la seconda ondata del virus, che, in verità, s’è verificata anche in luoghi dove non v’erano state movidené esistevano discoteche.

I giovani possono fare la differenza. Essi non arretrano, come i loro nonni e genitori, di fronte a un congegno digitale e possono, quindi, riprendere il discorso dei bitcoin,della moneta elettronica che potrebbe segnare la fine dell’egemonia di Wall Street, della Citye dell’Unione Europea(che altro non sta diventando se non un’Unione Bancaria con i suoi Fund e prestiti di varia denominazione).

Se essi sapranno anche rifiutare gli universalismi, astratti e mendaci (religiosi o ideologici) e ritornare ai valori dell’individualismo, della polis e alla constatazione, amara ma necessaria, dell’homo homini lupus, v’èsperanza di un futuro migliore. Per loro, naturalmente.

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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