In ragione della predilezione della “candidata” per “i diritti umani”, Joe Biden, neo presidente degli Stati Uniti d’America, ha scelto una donna come Capo della CIA.  C’è chi prevede per il futuro, in modo certamente non benevolo, la nascita (manovrata) di nuovi focolai di conflitti sanguinosi nelle “zone calde” del Pianeta.

La preveggenza nasce dall’esperienza. Sino all’elezione di Donald Trump che ha chiuso il ciclo dei leader“guerrafondai”, si è proclamato “isolazionista”, concentrandosi sui problemi del suo popolo con il motto “America first”, il ruolo della CIAnelle zone calde del Pianeta (Siria, Irak, Yemen, Afghanistan, Somalia, Libia e Jugoslavia) non è mai stato quello di favorire la pace.

Questa Istituzione (come altre, probabilmente, della terra statunitense) è stata fedelmente omogenea al potere politico fino a quando esso era  (se non dipendente in vario modo) vicino a quello finanziario  di Wall Streete della City,ed è diventata  sempre più un corpo estraneo rispetto all’aministrazione di Trump. Si era capito che il Presidente non era gradito alle Banche e all’Industria delle Armi. E ciò, soprattutto dopo gli annunciati ritiri dal Medio-Oriente, dall’Africa e da ogni luogo dove la presenza degli Stati Uniti poteva essere sospettata di alimentare lo scontro bellico anzi che di eliminarlo (come proclamato). V’è chi sostiene che sia stata proprio la CIA la più tenace istituzione nordamericana nel tentare costantemente di sfuggire, nei limiti che le sono consentiti dai suoi meccanismi normativi interni, al controllo di Trump-Presidente, come avrebbero dimostrato anche recenti e clamorosi eventi. Se per la prima volta nella storia della grande Nazione d’oltre Oceano il Capo dell’Esecutivo era stato costretto a “rivedere” di continuo la sua compagine governativa e quella istituzionale del Paese, mettendo alla porta reiteratamente le persone che perdevano la sua fiducia (per attività poco chiare o palesemente ostili) ciò significa solo che la battaglia che Donald Trump aveva intrapreso, (e che si spera che Boris Johnson possa avviare dopo essersi  liberato dalla presa dell’Unione Europea) era la più dura mai conosciuta dall’Occidente nella sua bimillenaria storia.

Il ritiro di Trump dalle guerre (“sante” o meno che fossero e sempre non riguardanti direttamente l’America) dipendeva dal suo “isolazionismo” che aveva segnato una brusca rottura con il mondo finanziario di Wall Street e della City e con l’industria delle armi pesanti.

Biden afferma di volersi porre sulla linea di interventi dei predecessori di Trump.

Chi teme, quindi, che il riferimento “ai diritti umani” possa significare ripresa della politica imperialistica americana ricorda che mai i Paesi militarmente più forti intervengono negli affari di altri Paesi se non sono messi a rischio “i diritti umani”.

Con tale motivazione è stato eliminato, non molto tempo fa, dalla scena mondiale Gheddafi in Libia e gli Americani di Barack Obama (con i Francesi e gli Italiani) continuano a menarne vanto, anche se una sanguinosa e inestinguibile guerra civile continua a mietere vittime in quelle terre del Nord-Africa.

D’altronde, anche nel privato, il “femminicidio” nasce in stretta correlazione con un dichiarato e sperticato bisogno di amore. L’alta percentuale di delitti di tale specie che avviene al calore del focolare domestico e familiare dimostra che non basta dichiarare di volere il “Bene” per evitare di perseguire il peggiore dei “Mali”.

La Storia ci tramanda molte ipotesi di falsificazione della realtà.

In tempi a noi non così lontani, i Britannici, altrettanto empiristi e pragmatici come i Romani antichi (e come questi convertiti al cristianesimo, sia pure solo protestante)  avevano imparato a  “indorare” la pillola del loro “colonialismo” (ugualmente predatorio come quello dei Quiriti) con il pretesto di portare la luce della fede a popoli derelitti (non si sa come né perché!) da Dio!

La verità è che, nonostante gli scritti copiosi sull’argomento,  le origini, le basi fondamentali dell’imperialismo  prima soltanto inglese e poi anche statunitense, non sono  mai state approfondite, quanto alle cause, in maniera soddisfacente.

Si è descritto il fenomeno senza indagare oltre. Se la riflessione fosse stata più profonda, si sarebbe scoperto che alla base dell’imperialismo inglese v’era stata soprattutto la Banca d’Inghilterra: il terzo polo dell’universalismo, quello economico che, naturalmente, si era collegato all’ecumenismo cristiano e all’egemonismo elettivo ebraico.

Fin dalla sua costituzione nel 1694, quell’Istituto di credito non aveva mai nascosto l’intento di stimolare il colonialismo britannico con motivazioni nobili di civilizzazione dei popoli o di evangelizzazione di gente che non aveva ricevuto il dono di credere nel Dio mesopotamico.

Il “manicheismo” religioso aveva convinto tanta parte della popolazione mondiale che  v’erano popoli buoni,intrisi di “amore universale”e popoli cattivicui  era attribuito l’infamante epiteto di “imperialisti”.

Come “predoni” furono svillaneggiati, prima, i Romani e poi, nei secoli, gli Inglesi e gli Americani.

In un’edificante gara fortemente competitiva gli universalismi religiosi dell’ebraismo e del cristianesimo avevano dato la linfa adeguata a dare ad  azioni predatorie e  belliche di indomiti condottieri  le ragioni per contrastare le regole della politica sino ad allora consolidata e tradizionale che voleva ristretta alla polis la cura dei Governanti.

La Gran Bretagna, d’intesa anche con altre banche ricche, aveva rivolto la sua attenzione  alla conquista militare del Pianeta per fini chiaramente commerciali e di circolazione della moneta e, quindi, gli universalisti erano venuti soltanto “in soccorso” dei vincitori.

Si era rispolverato l’anonimo brocardo latino : si vis pacem, para bellum, risalente alle “Leggi” di Platone; si era  visto in un comandamento  divino la prescrizione per gli uomini di fede di evangelizzare l’intero mondo.

Ai tempi nostri,  il colonialismo è stato sostituito dalla globalizzazione con il dichiarato,  “nobile”, proposito dei banchieri di essere presenti dappertutto per sollevare con i loro prestiti di moneta  le sorti degli indigenti.Ai solenni propositi di evangelizzazione e di uguaglianza si aggiungeva il credito universale.

La potente crescita degli Stati Uniti d’America nel Novecento ha determinato il “passaggio di mano” dell’imperialismo anglosassone da una sponda all’altra dell’Oceano Atlantico, sotto l’attenta regìa dei Tycoon di Wall Streete della City.

La motivazione è stata più adeguata ai tempi nuovi: esportazione della democrazia in Paesi lontani da essa.

L’imperialismo americano è stato costituito da guerre che hanno costellato nel secondo dopoguerra mondiale il firmamento della politica estera statunitense.

Con l’eccezione di Donald Trump, infatti, ogni Presidente statunitense si è sentito “costretto” o “indotto” ad iniziare o a continuare almeno una guerra nel periodo di tempo del suo mandato.

Il plenumdelle azioni belliche è stato raggiunto da Barack Obama, l’unico Presidente degli Stati Uniti d’America che ha  tenuto, per quasi tutto il tempo della sua permanenza alla Casa Bianca, il Paese d’oltreoceano impegnato in imprese di guerra (interventi in Siria, Libia, Iraq, Afghanistan, Yemen, Somalia e Pakistan).

Paradossalmente, il primo Presidente di colore di quella grande Nazione è stato insignito dall’Accademia (ultra-gauchiste) Svedese del premio Nobel per la pace.

Sarebbe un fuor d’opera ricordare nel dettaglio tutte le guerre combattute dagli USA ma certamente giova sottolineare che l’elenco è particolarmente  cospicuo (Corea:Truman; ancora Corea e inasprimento della guerra fredda: Eisenhover; Vietnam e fallito tentativo di invasione di Cuba: Kennedy; ancora Vietnam e invasione Repubblica Dominicana: Johnson; invio aiuti agli Afghani dopo l’invasione sovietica di quel Paese: Carter; prima guerra del Golfo: Bush senior; Somalia, Bosnia, Kosovo: Clinton; Afghanistan, Iraq: Bush junior).

Ford e Nixon hanno avuto un ruolo meno pregnante, perché si sono limitati a chiudere guerre iniziate da altri, gestendo militarmente soltanto le ultime battaglie; a Reagan si attribuisce addirittura il merito di avere chiuso la “guerra fredda” nonostante i suoi tentativi di disarcionare Gheddafi.

Morale della favola: ritornare alla saggezza di Virgilio che nell’Eneide fa dire a Lacoonte:Timeo Danaos et dona ferentes( I Greci fanno paura anche se portano doni!).

 

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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