Nel precedente articolo si era osservato che la revisione del “Patto di Stabilità” europeo impone la riduzione dei debiti sovrani al limite del 60% dei Pil.  Si tratta di una prospettiva difficilmente sostenibile per l’Italia, dati i livelli molto bassi di crescita del nostro Pil  (1-1,5% annuo), perché comporterebbe l’azzeramento del deficit fiscale (balanced budget) con  maggiori introiti e/o minori spese pari al 4-6% del Pil (60-80 miliardi di euro correnti). Scartando le ipotesi del “suicidio del debitore” ovvero dell’uscita dall’euro, e quella dello “Stato hegeliano”, ovvero della patrimoniale, la sola strada percorribile è la ripresa delle privatizzazioni.

Le privatizzazioni in Italia – A seguito della firma del trattato di Maastricht (1992) l’Italia aveva avviato un vasto programma di riforme economiche basato su privatizzazioni e liberalizzazioni, il cui scopo era la trasformazione del ruolo dello Stato nell’economia: da quello di imprenditore-monopolista a quello di regolatore.

Il programma realizzato in Italia nel corso dei dieci anni successivi, per quanto parziale,  si colloca al secondo posto (205 miliardi di dollari a valori correnti) per controvalore delle imprese dismesse, dopo la Gran Bretagna (215) e prima di Francia (198), Germania (158), e Spagna (72).

I benefici sono stati molto rilevanti: sia per la riduzione del debito pubblico sceso dal 125% del Pil nel 1994 al 108% nel 2002, con un effetto diretto di riduzione pari a 198.000 miliardi di lire (fonte: Relazione della Direzione del Tesoro, MEF); sia per le liberalizzazioni rese possibili dalla fine del monopolio pubblico (energia, telecomunicazioni); sia perché le imprese privatizzate in tutto o in parte hanno cessato di gravare sulle finanze pubbliche per le necessità di ricapitalizzazione per perdite e altri fabbisogni.

La riserva patrimoniale delle pubbliche amministrazioni – Considerata l’enorme estensione della proprietà pubblica di imprese e di beni immobiliari che pre esisteva alle privatizzazioni, tuttavia, la proprietà pubblica in Italia permane a livelli molto elevati. Nelle classifiche stilate dall’OCSE la dimensione dello Stato imprenditore in Italia è tuttora la più vasta, superata solo dalla Francia e dalla Corea. Lo Stato è il primo gruppo industriale italiano, con un fatturato di 300 miliardi di euro e 600.000 dipendenti. Per un confronto la FIAT, che è il primo gruppo industriale privato, ha un fatturato di 50 miliardi e 190.000 dipendenti.

Il valore delle quote delle imprese di proprietà dello Stato è pari a circa 120 miliardi di euro (valori di patrimonio netto o – se quotate – di mercato). A queste però si dovrebbero aggiungere le imprese che non sono sul mercato (Ferrovie, Rai, Poste, Cassa DDPP, ANAS) il cui valore – pure difficilmente stimabile – non dovrebbe risultare inferiore ad ulteriori 100 miliardi. L’elenco dovrebbe inoltre comprendere almeno 675 imprese controllate da enti locali, alcune delle quali hanno patrimoni netti e valori  di mercato molto consistenti.

Quanto al patrimonio immobiliare, malgrado le dismissioni effettuate per un totale di 25 miliardi di euro, le stime di Reviglio [2007] e della Ragioneria Generale dello Stato assegnano un valore di mercato di oltre 400 miliardi di euro, senza ovviamente comprendere i beni indisponibili (musei, monumenti, edifici scolastici, eccetera), quelli di cui manca un inventario completo (demanio militare, beni ubicati all’estero), e le proprietà degli enti autonomi e locali.

La somma di questi addendi, peraltro parziali, rappresenta una riserva patrimoniale delle pubbliche amministrazioni il cui valore si colloca indicativamente fra un terzo e la metà del debito pubblico italiano (attualmente 1.850 miliardi di euro).

Perché le privatizzazioni sono state interrotte – Il principale limite incontrato nella politica delle privatizzazioni in Italia deriva dalle caratteristiche del nostro sistema finanziario che  di riflesso derivano dal sistema pensionistico.

Diversamente dal caso degli Stati Uniti, del Canada e dell’Inghilterra, dove i sistemi pensionistici sono a capitalizzazione e prevedono quindi che i contributi versati dai lavoratori dipendenti siano investiti nel mercato mobiliare o immobiliare per produrre il reddito che servirà a pagare le pensioni, il nostro sistema pensionistico è a ripartizione. I contributi versati dai lavoratori attivi non vengono perciò investiti, ma sono utilizzati per pagare le pensioni in essere, e lo Stato interviene per regolare l’eventuale saldo.

Questo sistema a ripartizione permette trattamenti di pensionamento molto favorevoli quando il rapporto fra il numero di lavoratori attivi  e quello dei pensionati è alto; il contrario avviene quando il rapporto tende a diminuire.  Attualmente la spesa per prestazioni sociali in Italia è pari al 19,3% del Pil, mentre i contributi versati raggiungono soltanto il 14% del Pil, con una “forbice” fra prestazioni e contributi del 5,3% del Pil, che ovviamente si traduce in deficit fiscale.

Il nostro sistema pensionistico è attualmente molto costoso, imponendo aliquote di contribuzione crescenti (che determinano un costo del lavoro troppo elevato per assorbire la disoccupazione dei giovani e delle donne) e il progressivo peggioramento delle condizioni del pensionamento. L’altra conseguenza delle gestioni pensionistiche a ripartizione è che esse drenano risorse dal mercato, in luogo di presentarsi come grandi investitori. Ne risulta che il mercato azionario è necessariamente asfittico, e facilmente manipolabile perché – mancando i grandi investitori istituzionali – non esistono neppure le public companies, cioè le società il cui azionariato è molto vasto e frazionato, così che nessun gruppo o patto di sindacato  possa assumere una posizione dominante di controllo.

In assenza di public companies, e dei fondi pensione che ne costituiscono l’azionariato diffuso, il collocamento delle imprese da privatizzare ha dovuto fare riferimento a gruppi finanziari delimitati (i “soliti noti”  grandi clienti delle poche banche d’affari operanti in Italia). Oppure, come nel caso delle banche, si sono dovuti creare ex-novo gli azionisti di riferimento con la costituzione delle fondazioni bancarie.

Oltre a provocare infortuni  e vicende discusse come nel caso della Telecom, ciò ha rappresentato un limite invalicabile per la prima fase delle privatizzazioni italiane.  Infatti, mentre non vi sono ragioni per ritenere opportuno che lo Stato sia proprietario di un grande gruppo petrolifero come l’ENI, ad esempio,  ve ne sono invece molte che rendono questa soluzione preferibile al controllo esercitato da un singolo o da un gruppo di azionisti privati, nazionali o esteri che siano. Ben diverso sarebbe il caso in cui a beneficiare delle privatizzazioni fossero fondi pensionistici destinati a integrare le vecchie gestioni a ripartizione. Ciò in prospettiva, oltre a creare una proprietà diffusa,  porterebbe a ridurre la “forbice” fra prestazioni sociali e contributi, e di riflesso a ridurre il deficit fiscale.

Gli ingredienti per una grande riforma liberale – Il lettore a questo punto ha tutti gli elementi che servono alla soluzione del problema di come uscire dalla crisi, almeno dal punto di vista della finanza pubblica. La ripresa delle privatizzazioni mobiliari e immobiliari, le liberalizzazioni  e la riforma del sistema pensionistico, però,  sono anche gli ingredienti essenziali per una grande riforma economica liberale dello Stato, e per dare attuazione all’ art. 47 della nostra Costituzione, uno dei più disattesi: “La Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare (….) al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

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1 COMMENTO

  1. Parafrasando Shakespeare non resta che chiedersi: “To do or not to do?” Chi avrà prima il coraggio e poi la forza per scogliere questo nodo? Tremonti sarà in grado di imboccare questo “tornante della storia”? Qualche privatizzazione illiberale, alcune svendite. La patrimoniale come prospettiva più prossima all’orizzonte. E la farà il prossimo governo di centrosinistra….

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