Arresti di serie A e arresti di serie B. Potrebbe essere questa la fotografia della mancata indignazione e delle mancate proteste che hanno riguardato e stanno riguardando la vicenda dell’ editore Jimmy Lay ammanettato ad Hong Kong in quanto accusato dal regime comunista di Pechino di essere un sovversivo al soldo dell’Occidente.

In Italia la questione è passata sotto un silenzio quasi tombale nonostante la politica e il sistema dei media siano sempre pronti a stracciarsi le vesti per i tanti che gridano e inneggiano alla libertà in giro per il mondo. Un punto di vista che, va sottolineato, accompagna da lunghi anni la politica estera del Belpaese molto indulgente nei confronti degli abusi compiuti da parte di taluni governi e molto severa sino allo sfinimento nei confronti di regimi di un colore gradito. Sulla tela viene disegnato un quadro in cui esistono vittime da tutelare con fiaccolate, dibattiti, convegni, approfondite inchieste giornalistiche, interrogazioni parlamentari e vittime da ignorare in quanto perseguitate da regimi di ispirazione marxista. Pare esserci uno strabismo cromatico tendente a simpatizzare per il rosso in tutte le sue svariate tonalità e sfumature.

Da qui la sostanziale indifferenza dell’apparato politico-mediatico nei confronti del patron dell’Apple Daily nuovamente arrestato dalla polizia di Hong Kong ormai completamente assuefatta al nuovo ordine delle cose che vuole l’ex colonia britannica sotto l’egida della Cina. La storia di Jimmy Lay affonda le radici nello scorso secolo: nel 1989 decise di scendere al fianco del movimento popolare pro democrazia di piazza Tienanmen, stroncato dall’intervento armato dell’esercito cinese che lasciò sul campo decine di migliaia di vittime fcucilate a sangue freddo. Quell’evento, nonostante sia considerato di grande valore nel mondo occidentale, è visto dalle autorità cinesi come un qualcosa da cancellare, un tabù da nascondere per occultare la verità, un pericoloso incidente di percorso da lasciare nell’oblio della memoria collettiva.

Da allora in avanti l’imprenditore hongkonghese ha deciso da che parte stare: un impegno che però nel corso dei decenni si è scontrato duramente con la violenza di Pechino. Con il passaggio, poi, della città-stato alla Cina Jimmy Lay attraverso i prorpi giornali ha continuato la sua battaglia con l’intento di aprire una crepa sempre più profonda tra l’opinione pubblica e il Dragone. Senza dubbio una sfida impari date le forze in campo. L’Occidente molto attento a relazionarsi economicamente con la Cina nel tentatvio di stringere con essa proficui accordi commerciali pare essersi dimenticato del fatto che il regime comunista cinese è una pericolosa dittatura sprezzante delle libertà e dei diritti individuali. Esiste solo il partito che si fa Stato e che attravrso il proprio apparato tutto controlla

Proprio per questa ragione l’attività politico-giornalistica di Jimmy Lai, considerato un traditore, dovrebbe essere sostenuta e incoraggiata aspetto che invece sia in Europa che in Italia non sta avvenendo probabilmente per una sorta di sudditanza psicologica nei confronti della ingente liquidità di Pechino.

La carcerazione preventiva di Lai durerà sino ad aprile quando si svolgerà la prossima udienza: la pena massima prevista per i cospiratori è l’ergastolo. È quanto stabilito dalla nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta dalla Cina ad Hong Kong. Una pagine triste che dovrebbe essere attenzionata con maggiore scrupolo anche dalle Organizzazioni internazionali. Ad oggi, invece, persiste solo un enorme, preoccupante silenzio.

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