Sulla riapertura delle scuole non ci può essere discussione: la vera questione non è se le scuole vadano riaperte o meno, perché devono necessariamente essere aperte (e il prima possibile); il problema vero è su come debba avvenire tale riapertura. Su questo aspetto si misura la buona politica e la si distingue dalla demagogia o dalla propaganda in salsa populista: dal grado di risposte che essa riesce a dare nelle situazioni emergenziali, come quella generata a seguito della pandemia da Covid-19. Ma dalla politica arrivano unicamente proposte all’insegna della pura improvvisazione, se non caratterizzate da un vero e proprio dilettantismo che sembra aver coinvolto, in misura più o meno variabile, le sfere più alte della politica italiana. Come ho avuto modo di scrivere in un articolo precedente (La scuola e l’ipocrisia della politica), la politica italiana degli ultimi anni sembra soffrire del complesso di chi abbia il terrore di decidere, di chi non sa compiere delle scelte forti, in un senso o nell’altro; e questa intrinseca debolezza si traduce inevitabilmente in scelte di compromesso, o comunque a carattere temporaneo: niente più che pezze di appoggio in attesa dello sviluppo degli eventi, attendismo e poco più.
Entrando nel merito, non può che destare sconcerto nell’opinione pubblica (e fra gli addetti ai lavori) una serie di posizioni assunte recentemente da alcuni ministri nel pieno delle loro funzioni.
Nell’ordine:
1) I vari DPCM della Presidenza del Consiglio che si sono succeduti, e che hanno valore normativo sull’intero territorio nazionale, stabiliscono, fra l’altro, “l’obbligo dell’uso delle mascherine in tutti i luoghi pubblici al chiuso” (Dpcm del 7 settembre 2020). La misura, concordata con il CTS (il Comitato Tecnico-Scientifico di cui si avvale il Governo), è stata presa sulla base dell’ovvia considerazione che, in ambiente chiuso e senza una dovuta protezione, la trasmissione del virus risulta agevolata. La scuola è un luogo pubblico, e le aule oltre che ad essere un ambiente chiuso, sono a grande densità di popolazione e con contatti sociali diffusi: non si comprende pertanto il motivo della stridente eccezione nell’esonerare i ragazzi dall’uso in classe delle mascherine, controproducente sia dal punto di vista sanitario che, più in generale, per la sicurezza degli stessi operatori scolastici. Le condizioni previste dal Governo per la concessione di tale deroga sono oggettivamente risibili, frutto più che altro delle acrobazie linguistiche di certa politica: il distanziamento minimo andrebbe calcolato in un metro, misurato non da banco a banco (perché in
tal caso nessuna scuola avrebbe gli spazi sufficienti per rispettare la norma), ma dalle “rime buccali” (!?) dei ragazzi, per di più in “posizione statica”, ossia considerando i ragazzi sempre (!!) inchiodati e immobili alla sedia, senza possibilità alcuna di movimento. Tutto questo non è ovviamente che un voler giocare con le parole, fatto non certo per motivi sanitari o di sicurezza pubblica – ché il virus non misura la distanza fra le “rime buccali” – ma unicamente in base alla necessità di dover riaprire le scuole ad ogni costo, scuole che notoriamente non hanno gli spazi sufficienti per mantenere alcuna forma di distanziamento sociale, a causa soprattutto delle “classi pollaio” (un fenomento tipico della scuola pubblica in Italia), e della cronica mancanza di strutture adeguate (gli edifici scolastici sono vecchi, fatiscenti, e soprattutto piccoli). Si desidererebbe che la buona politica rispondesse cercando di sanare i problemi, per esempio con investimenti di potenziamento dell’organico o con interventi sull’edilizia scolastica; la cattiva politica al contrario, e la demagogia, si limitano ad acrobazie del linguaggio o alla creatività, per trovare escamotage senza mai sanare veramente i problemi reali. Gli spazi a scuola o ci sono o non ci sono, rime buccali
o meno: se non ci sono, bisogna avere il coraggio di ammetterlo e di conseguenza imporre l’obbligo delle mascherine. Il resto è solo ipocrisia e, appunto, demagogia.

2) In tempi di pandemia è fondamentale intervenire sui mezzi pubblici per ridurne la capienza e limitare gli affollamenti, soprattutto nelle ore di punta: la buona politica deve dare soluzioni al problema dei mezzi pubblici e del loro potenziamento a livello locale, problema che si trascina da anni in Italia; la cattiva politica, che al solito improvvisa, cerca invece soluzioni-tampone o frutto della creatività di solerti funzionari. Solo così si spiega il fatto che il ministro delle infrastrutture e dei trasporti (Paola De Micheli, del Partito Democratico) possa proporre di aprire le scuole di domenica, soltanto per evitare gli affollamenti dovuti agli spostamenti dei giorni lavorativi. Morale: il problema non si risolve, si aggira.

3) La famigerata didattica a distanza (ora DDI = didattica digitale integrata) può piacere o meno, e ha certamente dei grossi limiti funzionali; ma è comunque stata attivata presso tutte le scuole sulla base di una precisa direttiva del Ministero (Decreto n° 39 del 26 giugno 2020). Le scuole e il personale scolastico – docenti in primis – stanno investendo energie, continuano ad operare e a lavorare, non sono bloccati o in ferie; le scuole, pure se in modalità a distanza, non sono affatto chiuse. Non si capisce quindi per quale motivo, e a che titolo soprattutto, il Ministro della Pubblica Istruzione (Lucia Annunziata, M5S) asserisca che le scuole debbano recuperare la chiusura (!), magari prolungando le lezioni a fine giugno se non addirittura al mese di luglio e in estate. I docenti – e il personale scolastico tutto – non possono lavorare adesso e anche in estate. Oltre al danno, la
beffa.

4) La didattica a distanza, comunque la si consideri, ha un suo valore: essa deve consentire ai ragazzi di proseguire la propria formazione, e ai docenti di poter legittimamente giudicare – ossia valutare – tale percorso. Non è accettabile che un ministro della Pubblica Istruzione annunci ad anno in corso (2019/2020) che, in ogni caso, gli studenti saranno, de iure e de facto, ammessi tutti alla classe successiva (il famigerato “6 politico”, smentito ufficialmente più volte ma di fatto passato in giudicato da tutte le scuole d’Italia), svalutando in tal modo non solo il lavoro dei docenti, ma mortificando anche quello di quei ragazzi che (sempre meno, dopo le avventate dichiarazioni del Ministro) si impegnavano a fondo per dare il massimo. Morale: si puniscono i migliori e si premiano i soliti furbetti.
Che le soluzioni proposte siano il frutto di improvvisazione, oltre che tentativi dilettantistici da parte di una classe politica chiaramente impreparata, lo dimostra anche il fatto che esse sono per lo più assolutamente irrealizzabili: non si può realisticamente far lavorare i docenti di domenica, o prolungare le lezioni durante l’intera estate, ignorando gli accordi sindacali e senza por mano al contratto nazionale dei docenti e del personale della scuola. In pratica a costo zero, e senza ulteriore esborso di denari pubblici.
Fa certamente specie che, ad ogni cambio di Ministro della Pubblica Istruzione, ci si lamenti da più parti del fatto che i vari ministri che si succedono non mostrino di conoscere minimamente quel mondo della scuola del quale dovrebbero occuparsi. Forse è venuto il momento di rinunciare a tali assurde rivendicazioni: quelle cioè di avere ai posti di rilievo personalità competenti, esperte o consapevoli della realtà. Forse bisognerebbe imparare ad accontentarsi: per esempio che un Ministro dell’Istruzione, o i Ministri in generale, si limitino quantomeno ad avere “buon senso”.
Quel buon senso che i politici del momento, quando parlano di scuola, sembrano aver
definitivamente smarrito.

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