100 ANNI DALLA NASCITA DEL PCI E LA FINE DELLA FORMA “PARTITO”
di Giulia Pantaleo

Un secolo fa, a Livorno, dalla scissione con i socialisti di Filippo Turati nasceva il Partito comunista italiano. Una storia importante, che continua a far discutere. Per quasi cinquant’anni i partiti in Italia hanno avuto sempre delle forti leadership, ma all’interno di una classe dirigente plurale: si pensi alla DC, allo stesso PCI ed anche al PSI. Dal 1994 in poi il sistema partitico è mutato e le leadership hanno condizionato la stessa organizzazione del partito sino in alcuni casi ad azionare movimenti di carattere esclusivamente carismatico. Un tempo avremmo affermato con convinzione che il costituzionalismo liberaldemocratico non può fare a meno dei partiti, oggi, però, i partiti non esistono più, o meglio, non appare più chiaramene definita la funzione che essi sono chiamati a svolgere e del tutto offuscata si presenta la loro struttura organizzativa. Il rischio che può derivare dalla rivoluzione innescata dai social media può diventare una minaccia per la stessa democrazia. Nell’arco di pochi anni siamo passati dall’epoca dei sondaggi, che hanno reso tangibili i bisogni e le aspettative, consentendo alla proposta politica di adeguarsi alle esigenze del contingente, alla possibilità di profilare l’elettore attraverso gli algoritmi utilizzati da Facebook e Google. In tal modo, filtrando le informazioni di cui lasciamo traccia in rete, vengono individuati i nostri gusti, le nostre scelte, le nostre idee: questo porta a costruire una bolla ideale intorno a noi, ossia il perimetro delle nostre posizioni consolidate che si radicalizzano nel tempo. In tale contesto virtuale, ma anche molto reale, le posizioni vengono pur sempre mediate e sintetizzate da un leader; vi è inoltre un problema non trascurabile di digital division e quindi di possibilità di accesso ed utilizzo del mezzo digitale. L’utilizzo delle rete potrebbe ancora ricondursi alla presentazione di proposte e voti, ma non ad un dibattito vero e proprio, orizzontale, tenuto in condizioni di parità. In conclusione, considerata la forma “partito” liquefatta, quale sarebbe la sua valida alternativa?

 

UNA CRISI A METÀ PER UN CONTE DIMEZZATO
di Alberto Basile

Le vicende della crisi di governo ci consegnano una maggioranza ancor più fragile per via dell’astensione di Italia Viva. A preoccuparci maggiormente non è il pur deprecabile mercato di senatori e deputati degli ultimi giorni, ma l’incapacità politica nel risolvere i problemi del Pease e nel gestire gli ingenti fondi del Recovery Fund. I numeri risicati rischiano di condannare il Parlamento ad uno stallo inaccettabile in questo momento di crisi. In quanto all’appello del PdC rivolto a liberali ed europeisti, stendiamo un velo pietoso e rimandiamolo al mittente. La passione per la libertà non è di casa in questo governo.

 

RENZI NON DOVEVA APRIRE LA CRISI, CONTE NON AVREBBE DOVUTO ARROCCARSI
di Fabio Gatti

Che durante il corso di una pandemia non sia l’ideale far cadere un governo, lo può capire chiunque, tuttalpiù per ragioni tanto fondate quanto pretestuose, in altre parole, Renzi aveva ragione ma doveva tenere duro, e aspettare il rasserenarsi della situazione virologica. Ma ormai l’argine è rotto e la diga è crollata. Povero Conte, lo capiamo a livello umano ma la pantomima successiva alla crisi è esagerata, Conte non ha i numeri, anche se la sinistra, di governo e non, finge di non saperlo. Le Urne come sempre sono un tabù, e il motivo è molto semplice, ad ogni consultazione popolare si evince sempre la stessa cosa: gli italiani non hanno capito l’Europa, ma Quirinale e alte cariche dello Stato devono cercare di non farlo capire a Bruxelles e Francoforte, questa volta più che mai, siccome ci sono in ballo i soldi del recovery. Perché i soldi questa volta sono davvero tanti, talmente tanti che anche la sinistra, quella vera, quella libera e uguale è diventata liberale e uguale ma questa volta non più a sé stessa, uguale invece a una sinistra moderna ed europeista, che svolta! Siamo sicuri che non è solo una questione di convenienza. Se la maggioranza di governo zoppica ma ride, la destra sembra tagliata fuori dai giochi! Incompresa dal palazzo, emarginata nelle decisioni, fiaccata da voltagabbana e “costruttori”, chiederebbe solo di poter andare alle urne e di cavalcare e alimentare un malcontento di cui, francamente non se ne sente il bisogno, ahi povera Italia! Impossibile distinguere la padella dalla brace!

 

NOT-SLEEPING JOE
di Luca Degiorgis

Il 20 gennaio, Joe Biden ha giurato come 46esimo Presidente degli Stati Uniti, assieme alla vicepresidente Kamala Harris, prima donna afroamericana a ricoprire il ruolo. “Sleepy Joe”, come ribattezzato da Donald Trump, suo predecessore, è sembrato in realtà fin da subito, molto dinamico e pimpante. Ha immediatamente emanato decreti attuativi per combattere il Coronavirus, come l’utilizzo obbligatorio della mascherina sui trasporti pubblici e la necessità di effettuare un tampone negativo per chi proviene dall’estero, con conseguente quarantena una volta atterrato. Ha inoltre avviato la procedura per il reintegro degli Stati Uniti nell’Oms, con delegato Anthony Fauci, e negli accordi di Parigi sul clima. Ha inoltre bloccato la costruzione dell’oleodotto che avrebbe collegato il Canada al Golfo del Messico e deturpato interi paesaggi. È stato cancellato il Travel Ban, quello che vietava l’ingresso negli Stati Uniti a persone provenienti da paesi africani a maggioranza musulmana. Dulcis in fundo, ha interrotto la costruzione del muro a confine con il Messico, argomento cardine della politica di Donald Trump. Insomma, per farla breve, un chiaro segnale del cambio di rotta, e se il buongiorno si vede dal mattino…

 

“TRUMPISMO” SENZA TRUMP
di Francesco D’Ignazio

“Trumpismo senza Trump” è una frase che si è sentito spesso pronunciare da parte dei commentatori conservatori e nazionalisti americani subito dopo la sconfitta nelle elezioni del 3 novembre. Essi auspicano infatti, forse anche per consolarsi della mancata vittoria, che con Trump uscito di scena un candidato con più abilità e disciplina potrà in futuro portare avanti la loro agenda. “Trumpismo senza Trump” potrebbe anche essere però il nome della politica economica che l’attuale amministrazione Biden, pur apparendo sulla carta l’esatto opposto di quella Trump, si troverà forse a dover mettere in campo in futuro. Prendendo come tre principali pilastri della politica economica trumpiana protezionismo economico e sostegno all’industria nazionale, politica monetaria espansiva e taglio delle tasse; tutti i segnali che abbiamo ricevuto fin’ora suggeriscono che l’unico di questi tre elementi che l’attuale amministrazione andrà a modificare è l’ultimo, ovvero la riduzione delle imposte. Il Biden Tax Plan andrebbe infatti ad incrementarè le tasse sugli individui con reddito superiore a $400.000, inoltre esso innalzerà l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società imponendo anche un’imposta contabile minima. Quello che invece è stato l’aspetto più emblematico della politica economica di Trump (pur avendo avuto in realtà un impatti minimo sull’economia rispetto agli sgravi fiscali), ovvero il protezionismo e le guerre commerciali che esso ha implicato, potrebbe rimanere inalterato con il cambio di guardia alla Casa Bianca: il Made in America Plan proposto della campagna elettorale di Biden, parlava esplicitamente di sostenere l’industria manifatturiera americana, rifiutando l’idea che i suoi giorni migliori siano ormai alle spalle e che il paese dovrebbe concentrare i suoi sforzi ed investimenti sul settore terziario. Inoltre, fra le tante misure della precedente amministrazione che Biden ha promesso di cancellare, non si ritrovano i dazi e le sanzioni che sono state imposte sia all’Europa che all’Asia. Così anche la politica americana nei confronti della Cina è ormai divenuta bipartisan, con una distensione delle relazioni, anche commerciali, delle due principali economie mondiali sempre più improbabile. Esiste ovviamente la possibilità che l’attuale amministrazione intenda comunque sollevare la maggior parte dei dazi, e non abbia immediatamente parlato della loro rimozione per poterla usare come merce di scambio per attuali trattative in futuro. Però come ha ricordato il prof. Ottaviano in una sua recente conversazione con la Gioventù Liberale Italiana, molti indicatori ci segnalano che in realtà le politiche protezioniste sono sono in aumento a livello mondiale almeno dai tempi della crisi del 2008. Trump in questo come in molti campi, potrebbe essere stato solo catalizzatore altisonante, di fenomeni già in atto, difficilmente reversibili.

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