L’austera e ragionieristica Unione Europea ha finalmente riscoperto gli insegnamenti dell’economista liberale John Maynard Keynes. In maniera tardiva il pensiero dell’autore del saggio “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta è tornato alla ribalta a seguito dei pesanti danni causati dall’epidemia sanitaria da Covid-19. Il rallentamento delle attività frutto di lockdown e restrizioni ha stimolato l’esigenza di invertire la rotta sin qui seguita rispolverando ricette economiche mai ingiallite, semmai accantonate troppo frettolosamente in ossequio ad una visione protesa nel riporre estremo affidamento nel mercato. Talvolta per rilanciare l’economia occorre agire sulla fiducia degli attori in campo non bastando né bassi tassi di interesse, né i cosiddetti animal spirits degli imprenditori.  
Da qui il massiccio piano di investimenti supportati dalle risorse del Recovery Fund pari a 750 miliardi di euro, una sorta di Piano Marshall 2.0 a favore dei 27 Paesi membri. All’Italia tra prestiti e contributi a fondo perduto sono destinati 209 miliardi di euro con l’obiettivo di rivitalizzarne lo sfibrato e asfittico tessuto economico. Insomma appare chiaro che così come avvenuto sia dopo la crisi del 1929, che dopo il Secondo conflitto mondiale non sempre il mercato e le dinamiche che lo sottendono riescono a fornire le risposte attese per garantire una reale ripresa degli investimenti, dell’occupazione e dei consumi. È proprio in questi momenti che interventi pubblici mirati e calibrati (non a casaccio e a pioggia) possono rimettere benzina in un motore bisognoso di carburante al fine di consentirgli l’auspicata ripartenza.
L’U.E. ha pertanto rivisto il proprio atteggiamento intransigente dando spazio ad una strategia nuova e senza dubbio utile in questa fase. Aver abbandonato posizioni ideologizzate e tutte sbilanciate sulla necessità di tutelare aspetti contabili rappresenta un importante cambio di paradigma che segna una nuova impostazione figlia dei tempi. È chiaro, quindi, che il credo del pensatore inglese ha trovato nuovamente spazio rinverdendo un principio semplice: lì dove non arriva il mercato può arrivare la mano pubblica a patto che quest’ultima sia ispirata da efficacia, efficienza e concretezza. Aspetti non secondari per  il buon esito delle azioni programmate.
Riuscire a ben indirizzare il denaro puntando sulla realizzazione di opere necessarie, senza farsi trascinare nel vortice di irrealizzabili progetti, rappresenta un’occasione molto vantaggiosa per modernizzare il Vecchio Continente bisognoso di un necessario potenziamento di strade, porti, ferrovie oltre che  di un rafforzamento delle cosiddette reti infrastrutturali immateriali riguardanti la digitalizzazione e la tutela dell’ambiente.
Un discorso che sembra fatto ad arte per l’Italia che sconta, a cusa di precise e molto discutibili trentennali scelte politiche, gravi squilibri territoriali che potrebbero da qui in avanti trovare un parziale riallineamento. È in questo contesto che occorrerà verificare in che modo le opere in cantiere troveranno concreta attuazione. Perdere l’opportunità di spendere con saggezza i miliardi europei potrebbe significare non riuscire ad agganciare il treno per svecchiare lo Stivale. Pertanto lì dove non riusciranno gli Enti locali occorrerà che sia lo Stato attraverso un proprio organismo a intervenire. Il resto appartiene a visioni ideologiche eccessivamente osannate, ma ormai percepite come stantie e prive di reale valore sostanziale. La sfida all’orizzonte richiede uno sguardo di lungo respiro e capacità di agire sui territori interpretandone le reali esigenze con lo scopo di assicurare, in particolare nelle raltà meno sviluppate, utili miglioramenti.
L’augurio è che l’insegnamento di Keynes venga attuato senza essere risucchiato nelle paludi della burocrazia e dei dannosi veti incrociati.
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