Di Alessandro Urselli

Whatever it takes”, la ormai celebre frase che, nel luglio del 2012, Mario Draghi pronunciò quasi come un avvertimento nei confronti degli speculatori finanziari, oggi dovrebbe essere parafrasata e utilizzata come un auspicio per la formazione di un nuovo Governo. Governo tecnico che, forse, sembra mettere sul chi va là gli Italiani, ancora spaventati da quello che fu un altro Mario con funzioni di capo del governo, un certo Monti. Ebbene, anche se gli spettri del passato fanno ancora paura, il presente è assai diverso dal lontano 2011. Così come diverso è il Mario in questione.

L’Italia che Monti si accingeva a governare era un Paese che emetteva BoT a 6 mesi con un rendimento del 6,40% e con un differenziale sui titoli di Stato rispetto a quelli tedeschi a 10 anni vicino ai 600 (!) punti base. Mario Monti aveva l’onere di svolgere il compito per cui era salito al potere: ridurre il debito pubblico. Ah, e ovviamente fare riforme, tante riforme, che l’Europa supplicava da anni, ma che venivano rimandate di legislatura in legislatura. E allora, come fare senza un chiaro appoggio della BCE? Con l’unico (?) strumento a disposizione, tristemente noto come “austerity” e tradotto in tagli della spesa pubblica e aumento della tassazione, riforme sociali e politiche con il fine di far tornare ad essere l’Italia un Paese con una certa credibilità (e sostenibilità). Qualcuno ha detto speculatori? Da lì a poco, l’allora presidente della BCE Mario Draghi dichiarerà che avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvare la moneta unica (e l’Europa), “a qualsiasi costo” (ndr). E di fatti, la Banca Centrale iniziò un programma di iniezione di liquidità noto come Quantitative Easing con l’obiettivo di acquistare titoli di Stato europei al fine di riportare sotto controllo i parametri monstre soprattutto dei cd. PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna).

Due uomini sostanzialmente diversi. Draghi, allievo di Federico Caffè e, quindi, di stampo keynesiano, ha un’impostazione legata alla crescita economica e alla economia del benessere, occupazione, protezione sociale e spesa pubblica sono fondamentali. Inoltre, ha le qualità dell’uomo politico, derivanti dalle esperienze maturate in diversi ambiti. Mario Draghi, infatti, è stato alla guida del Tesoro durante la fase che vide privatizzare e modernizzare l’ambito normativo finanziario, è stato governatore della Banca d’Italia prima e poi della Banca Centrale Europea. Ha ricoperto cariche di primaria importanza in organi sì assai professionali e tecnici, ma che svolgono un’enorme funzione politica e sociale. D’altra parte, Mario Monti non ha mai goduto di un consensus politico e, durante il suo governo, non disponeva del giusto appoggio delle istituzioni (finanziarie) europee.

E poi, la pandemia e la crisi economica e sociale che ne conseguono hanno caricato a pallettoni quello che è l’attuale sistema economico europeo, ben diverso da quello del 2011 di Monti, che ha stanziato 750 miliardi di euro per i 27 Paesi dell’Unione con l’intento di rinvigorire la politica economica e di rilanciare i consumi. E chi più di un già capo del Tesoro, governatore della Banca d’Italia prima e della Banca Centrale Europea poi, con la sua opera di espansione monetaria per salvare l’euro, può accompagnare l’Italia verso una ripresa, anche politica, di primaria importanza?

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