In molti mi chiedono in questi ultimi anni di raccontare la genesi del mio pensiero politico che si richiama ad una visione liberal-solidaristica o socialista coltivata nel corso degli anni, e che traspare come Presidente del Comitato dei Garanti della rivista Tempo Presente, nata da Ignazio Silone, membro del Comitato dei Garanti del Partito Liberale Italiano, Presidente della Fondazione Matteotti, e membro del Comitato dei promotori e del Comitato dei programmi della Fondazione Rosselli, ma mai espressa poi con l’appartenenza a forze partitiche, di qualunque estrazione esse fossero. Per farlo debbo necessariamente tornare indietro agli anni della mia gioventù, sforzandomi, nei limiti del possibile, di ricostruirne la storia e le vicissitudini.

Mio padre aristocratico ma antifascista, e poi, dopo la caduta del regime, aderente a “Giustizia e Libertà”,viveva nel culto delle vittime che il regime fascista creò tra le fila degli oppositori: Gobetti, liberal-socialista, o forse più propriamente liberal-comunista, data la sua propensione al dialogo con Gramsci e Ordine Nuovo; i fratelli Rosselli, fondatori del liberal-socialismo, e Matteotti, anch’egli socialista con connotazioni liberali. E io, giovanissimo, sentendolo parlare, fui attratto da quelle figure e dalle loro idee.

Approdato all’università, di fronte alla compresenza di strutture associative che si richiamavano ai principali partiti esistenti nel Paese (il Fuan era di ispirazione fascista, Intesa era democristiana e l’Ugi di matrice social-comunista), mi trovavo veramente solo con un gruppo molto esiguo di giovani che, come me, pensavano a soluzioni alternative. Tra questi ricordo Mario Leto, Lorenzo Marinese, Paolo Ungari, Aldo Aiello, Lazzaro Lazzarini, e, seppur molto più giovane di noi, Stefano de Luca. Il nostro intento era quello di creare una realtà alternativa a queste tre compresenze lontane dal nostro pensiero, e demmo perciò vita all’Agi, che consentì la scissione dall’Ugi e che, con nostra grande sorpresa, vide poi approdare al nostro movimento molti componenti dell’Ugi stessa.

Nel frattempo il ritmo della mia vita aveva avuto una accelerazione. Lavoravo in uno studio legale svolgendo compiti ben superiori a quelli di uno studente al primo anno della facoltà di Giurisprudenza e che i miei coetanei non sapevano neanche che esistessero, gratificato dalla stima che riponeva in me il titolare dello studio.

Un giorno, durante una delle mie frequentazioni mattutine al Tribunale di Palermo, vidi un grande assembramento, e curioso mi avvicinai per domandarne la ragione. Mi fu detto che si svolgeva lì il processo a Danilo Dolci, il quale aveva avuto l’ardire, secondo l’accusa, di liberare una strada che conduceva a Partinico aiutato da un gruppo di braccianti, strada che era stata invasa dai massi a causa di uno smottamento, e per questo motivo era stato arrestato con l’accusa di occupazione di suolo pubblico e resistenza a pubblico ufficiale. In quel processo egli venne difeso da un grande protagonista della storia del nostro Paese, annoverato tra i padri della nostra Costituzione, Piero Calamandrei. Questi il 30 marzo 1956 lo difese di fronte al Tribunale Penale di Palermo. Io mi appassionai moltissimo a quella vicenda, e conobbi in questo modo uno dei più alti personaggi del mondo liberale che, insieme a Bruno Villabruna, guidava l’ala di sinistra del Partito Liberale. Fu una scelta immediata che mi portò ad aderire di fatto come elettore al Partito Liberale.

Quando poi il Partito Liberale assunse soluzioni diverse da quelle da me auspicate, come la convergenza con partiti, di alcuni dei quali non condividevo le idee, addolorato, lentamente me ne allontanai come elettore, e mi avvicinai, sempre come elettore, alla formazione che dava maggior attenzione ai problemi sociali, tuttavia animata, fino alla sua sparizione, dallo spirito liberale.

Una vita, la mia, della quale sono fiero, tanto più appartenendo ad un Paese dove la gente cambia spesso idea: fiero di avere mantenuto le mie convinzioni salde e immodificate nel tempo, spesso nella totale solitudine, anche tra le persone a me vicine. In uno Stato che sta andando alla deriva, si rischia, lentamente, la riproposizione di modelli autocratici che nel passato si sono connotati come disastrosi per il nostro mondo, un vero liberale non può far finta di non accorgersene. Sono riforme fondamentali quelle che dovrebbero essere fatte nel nostro Paese: prima fra tutte quella della semplificazione della congerie di norme assolutamente incomprensibili fatte da una amministrazione senza volto che governa il nostro vivere quotidiano e che consenta al mondo del lavoro di ritrovare uno stimolo per vivere, produrre e consumare e, inoltre, una riforma fiscale che riduca la pressione della stessa per i ceti produttivi e le classi svantaggiate, e una forte spinta al mondo dell’istruzione, i cui metodi, in conseguenza dell’avvento delle nuove tecnologie, stanno cambiando in tutto il mondo; infine una valorizzazione del nostro patrimonio culturale che non è solo quello archeologico, rappresentato dalle nostre città, che sono musei a cielo aperto, ma quello che costantemente viene prodotto in tutti i campi divenendo, di fatto, l’asset principale del nostro Paese.

Sicuramente manifestare con forza un pensiero libero e con una forte attenzione ai problemi sociali è molto difficile nel nostro Paese. Un altro dei mali che ho sempre denunciato, infatti, è quello del liberalismo nella sua visione estrema, che porta molto spesso alla disarmonia sociale. La concezione che ha guidato sempre il mio vivere, proprio per ciò che ho detto nelle premesse, è fondamentalmente basata sull’equilibrio di questi due principi: la libertà individuale e l’attenzione ai problemi dei meno fortunati, in quella connotazione che ritrovo soltanto tra i liberali anglosassoni e con poche eccezioni in Italia.

Un liberale non può, se correttamente interpreta i principi che ho enunciato, esser iperliberista né assoggettarsi ai messaggi che provengono preminentemente dalla finanza mondiale. Tutti, a parole, dicono di essere liberali, ma nella sostanza la differenza dal pensiero al quale io integralmente mi rifaccio è evidente. Il ritorno a un vero concetto liberal – socialista o solidaristico come lo intendo, è indispensabile, e per me consiste nel riprendere il pensiero d’origine di quei padri che lo avallarono con il loro sacrificio. E i principi fondamentali sono, e per me rimangono, la libertà e la solidarietà.

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