di Piero De Rosa

La notizia dell’incarico conferito dal presidente Mattarella all’ex presidente della BCE Mario Draghi per la formazione del nuovo governo di responsabilità nazionale impone una riflessione urgente sul ruolo dei c.d. governi tecnici” nelle moderne democrazie, a cominciare da quella italiana. Se anche questa voltal’operazione dovesse andare in porto, si tratterebbe del quarto governo tecnico nella storia della Repubblica italiana dopo ilGoverno Ciampi (nel 1993), il Governo Dini (nel 1995) e il Governo Monti (nel 2011).

Tale dibattito è diventato particolarmente rilevante in quanto in grado di ridimensionare la capacità politica nazionale di controllare i processi di policy-making democratici resi ancora più complessi a causa dell’emergenza sanitaria ed economica legata all’epidemia di SARS-CoV-2.

Negli ultimi venti anni, infatti, la formazione di governi tecnici è stata realizzata per far fronte a congiunture politico-economiche particolarmente complesse e caratterizzate da una maggioranza politica sostanzialmente differente da quella emersa a seguito delle elezioni tradizionali e da una composizionetecnica della squadra di Governo, nel senso che, tanto il Presidente del Consiglio quanto i ministri, sono scelti dal Presidente della Repubblica per le loro competenze e non perché espressione deipartiti politici.

In particolare, la questione del rapporto fra politici e tecnici è stataposta per la prima volta da Bruno Visentini

con due articoli pubblicati sul Corriere della Sera del 1974 in cui veniva ribadito come «la funzione e l’arte del politico non possono essere sostituite dal semplice assolvimento delle funzioni tecniche. L’azione politica si proietta verso l’avvenire, con valutazioni di valore e con funzioni di scelte coerenti con indirizzi globali e di sintesi. Il tecnico è invece inevitabilmente e doverosamente legato al particolarismo analitico della sua competenza, con il rischio – come ben sanno coloro che hanno professionalità tecnica e impegno e piacere in essa – di essere indotto ad attribuire carattere di finalità al fatto tecnico e di considerare esaurito in esso il suo impegno».

In questo senso, veniva già chiaramente delineata la distinzione tra politica e tecnici, ossia tra l’azione del Governo, normalmente espressione delle forze politiche di maggioranza, e l’azione di ciò che Visentini intendeva richiamando il concetto di “governo tecnico”, concernente la selezione dei ministri che devono, invece,essere vincolati ad agire senza distinzioni di parti politiche, in vista dell’esclusivo perseguimento delle finalità pubbliche alle quali sono chiamati.

Non è un caso che ai governi guidati da accademici e professionisti è stato spesso delegato, dai partiti che li sostenevano, il compito di introdurre norme restrittive e impopolari e che le condizioni nelle quali si è arrivati a ricorrere ad un governo tecnico sono state spesso legate a situazioni di carattere emergenziale. Tra l’altro, un gruppo di ministri la cui prospettiva non è quella di farsi rieleggere al termine del mandato, ma di tornare alle rispettive professioni, sarà assai più libero di adottare provvedimenti anche particolarmente impopolari.

Senza dubbio una delle sfide più importanti della democrazia odierna è rappresentata proprio dalla tecnocrazia (letteralmente il “governo dei tecnici”) caratterizzata dalla tendenza a non affiancare il potere politico per consigliarlo secondo competenza, ma a soppiantarlo totalmente assumendo in proprio la funzione decisionale, a cui appare direttamente collegata la preminenza dell’economia sulla politica.

In effetti, in un contesto sempre più incentrato sulla globalizzazione e su una profonda crisi economica legata all’attuale emergenza epidemica, risulta difficile per le democrazie resistere alle pressioni provenienti dai soggetti economici e finanziari che, in alcuni casi, arrivano anche, attraverso il loro potere, a manipolare la competizione elettorale e politica (si pensi, a titolo esemplificativo, alla possibilità di indirizzare le elezioni attraverso campagne propagandistiche o di influenzare l’opinione pubblica attraverso la proprietà e il controllo dei mezzi di informazione).

Lo stesso Mattarella ha chiesto un esecutivo “di alto profilo e senza formula politica”: un governo per gestire fondamentalmente l’emergenza sanitaria, sociale ed economico-finanziaria che sta attraversando, in questi mesi, il Paese.

Emerge allora come i partiti politici vengono ridotti a meremacchine elettorali di semplice creazione di consenso, incapaci di fronteggiare adeguatamente situazioni di particolare difficoltà e complessità, e si comprende come il sistema politico ricorravolentieri ai governi tecnici per attuare politiche che sarebbero inevitabilmente insostenibili o impopolari per i partiti in termini di consenso elettorale, lasciando al Presidente della Repubblica il compito di formare e di sostenere in concreto il governo.

Ciò risulta strettamente collegato allo stesso processo democratico: l’efficienza soffre a causa dei calcoli elettorali, della perenne propaganda e della volontà dei rappresentanti politici di essere costantemente sotto i riflettori. Il sistema elettorale non ha una visione a lungo termine, finalizzata a perseguire l’interesse della comunità, ma mira, piuttosto, a soddisfare gli interessi egoistici dei partiti e dei loro segretari.

In queste circostanze, le elezioni politiche, in precedenza concepite come strumento per rendere effettiva la democrazia rappresentativa e per formare un governo per il popolo e legittimato dal popolo, sembrano piuttosto ostacolarla e allora, in suo soccorso, interviene la tecnocrazia per dare un nuovo impulso ad un regime non più sostenibile nel lungo periodo e nella realizzazione delle riforme necessarie alla competitività del “Sistema Paese”.

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