Di Gabriele Panico

In questo momento di incertezza politica governativa, i lavori parlamentari proseguono ed in particolare sono focalizzati sulla prossima riforma fiscale.

Nelle ultime ore, a seguito alle ultime dichiarazioni del presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio Giuseppe Pisauro, sono nate alcune preoccupazioni per le prossime politiche fiscali, in vista della ricca esposizione finanziaria della legge di bilancio 2021-2023. Secondo quanto dichiarato le risorse stanziate ammontano ad una cifra compresa tra i 7 e gli 8 miliardi di euro, di cui buona parte e quindi circa 5 miliardi di euro sono già stati impegnati per l’assegno unico per i figli a carico. La parte rimanente non è sufficiente a finanziare gli obiettivi indicati nei documenti di bilancio.

Tra le varie strade percorribili per aumentare il gettito fiscale vi sono: revisione del catasto, sfoltimento dei bonus fiscali, riorganizzazione delle aliquote fiscali ed il contrasto all’evasione.

Bisogna considerare che l’eccessivo quantitativo di agevolazioni fiscali, negli ultimi anni più che incentivare gli investimenti e contrastare l’evasione fiscali, sono state utilizzate per eludere il fisco o incentivare forme di assistenzialismo. Pertanto più di creare ricchezza e produrre un ritorno efficace ed efficiente delle politiche socioeconomiche, hanno creato incertezze e incentivato il nascere di disuguaglianze per un’errata ridistribuzione del reddito tra i contribuenti. Ad esempio se tra le tante annotazioni, consideriamo che tra i bonus più onerosi spiccano gli incentivi per l’edilizia (ecobonus, sismabonus ecc..) e che l’utilizzo degli stessi per difficoltà ed entità viene adoperato dai contribuenti economicamente più vantaggiati.

Ma la parte che più preoccupa la maggioranza dei contribuenti fiscali ed il vero punto saliente dell’intervento è la riflessione sull’attuale regime forfettario.

Secondo l’analisi presentata, l’attuale limite di 65mila euro di ricavi più che un’agevolazione per i liberi professionisti nei primi anni di attività o per le ditte individuali non strutturate, rappresenta una sorta di detassazione dei lavoratori autonomi e delle ditte individuali creando un’iniquità, in contrasto con i principi fondamentali che prevedono la contribuzione alle spese pubbliche in funzione delle proprie capacità economiche. Probabilmente, l’analisi prospetta la necessità di far nascere finalmente la famosa IRI (imposta sul reddito d’impresa).

Credo che purtroppo, considerando le difficoltà burocratiche ed operative del sistema aziendale-fiscale italiano, più che per una presunta convenienza “economica” regime forfettario sia adottato per la sua non farraginosa o contorta “operatività”.

Di fatti, la convenienza economica del regime forfettario è solo relativa, ricordiamo che l’aliquota del 15% (5% per i primi 5 anni di attività) viene calcolata sull’imponibile costituito dagli interi ricavi decurtati da una percentuale già precostituita (il coefficiente di redditività). Ad esempio, per le attività professionali e tecniche ammonta al 78%. Considerando che non è possibile detrarre le spese e che l’unica deduzione possibile è costo per il versamento dei contributi previdenziali, questo fa si che specialmente per i redditi meno abbienti risulta essere economicamente poco conveniente.

Concludendo, il regime forfettario così come attualmente istituito, risulta essere poco vantaggioso per le piccole p.iva e molto oneroso per le casse dello Stato. Ecco, perché probabilmente, uno dei possibili cambiamenti che il prossimo Governo Draghi dovrà attuare è una riforma fiscale che garantisca per i liberi professionisti meno problematiche burocratiche e per le piccole p. iva un giusto ed adeguato sistema di bilanciamento fiscale.

Fonte:

https://www.upbilancio.it/audizione-sulla-riforma-dellirpef-e-altri-aspetti-del-sistema-tributario/

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