IL FUTURO DEL GOVERNO DRAGHI

di Gianmarco Puddu

Il governo Draghi è ufficialmente in carica. De facto no perché dovrà chiedere la fiducia alla camera. Intanto i vari partiti dell’arco costituzionale hanno formato una maggioranza molto variegata. La vera sfida per Draghi è e sarà, capire se questo governo potrà tranquillamente arrivare sino al 2023 compatto e coeso su temi dove la maggioranza creerà dibattito e polemiche. Probabilmente si seguiranno politiche e misure fondate sul sociale e su investimenti a lungo termine, come investimenti su grandi opere o infrastrutture di vitale importanza per la vita economica del paese. Desta curiosità il semplice fatto che questo governo agli italiani pare politico vedendo le nomine di Brunetta alla Pubblica Amministrazione e Carfagna al dicastero per il sud. Nella realtà dei fatti però Draghi ha messo dei tecnici nei ministeri strategici e quelli senza portafoglio ai partiti. Insomma, oltre al fallimento dei quadri dirigenziali della politica odierna, si viene beffati dallo stesso sistema politico che non sa più fare politica, ma sa solo affidarsi ai tecnici. Incapace di dare un governo a un paese in un momento di crisi come questo.

 

PUÒ MARIO DRAGHI SALVARE L’ITALIA?

di Alberto Alberti

Il nostro ‘Super Mario’ è ancora una volta chiamato a risolvere una situazione impossibile: invertire la spirale discendente italiana nell’era del Covid. 26 luglio 2012 – Bastarono tre parole per risolvere la più grave crisi nella storia dell’Unione Europea: «Whatever it takes». Da quel giorno il miracolo di Draghi si sarebbe compiuto facendogli guadagnare il soprannome di ‘Super Mario’. Da presidente della BCE inaugurò sette anni di politiche monetarie col solo scopo di salvare l’Unione e l’euro; missione compiuta. Nove anni dopo l’Italia ha bisogno di un altro miracolo e per cambio di rotta Draghi è il capitano più appropriato; ma, purtroppo, una nave è impossibile da gestire da soli nel mezzo di una tempesta, si ha bisogno di un equipaggio adeguato ed all’altezza. Ed è qui che i problemi emergono, il 67esimo Governo italiano nasce dalla necessità di accontentare tutti, è un compromesso alla Prima repubblica, e, come tale rischia di non essere in grado di prendere decisioni ‘tecniche’ non viziate dall’ideologia e dalla politica. La domanda che tutti ci poniamo è se gli otto tecnici, sapientemente piazzati nei ministeri più importanti, siano abbastanza per garantire al paese la rinascita che, dopo una gestione catastrofica della pandemia, si merita.

 

 

M5S: POSSIBILI SCENARI

di Luca Degiorgis

A seguito della votazione sulla piattaforma Rousseau che ha visto la vittoria del SI con il 59%, Alessandro Di Battista, pentastellato della prima ora, ha lasciato il Movimento. Una scelta, a parer suo, sofferta, ma dovuta per l’incompatibilità tra le sue idee e quelle del M5S. Il sostegno al governo Draghi non è mai stato nelle idee di Dibba, che ha preferito defilarsi visto il risultato della votazione. Il M5S, nata come forza antisistema ed antieuropeista è finita al governo con Mario Draghi, forse il più grande rappresentante dell’europeismo, da ex presidente della Banca Centrale Europea. Per rincarare la dose, questo

governo verrà appoggiato da Silvio Berlusconi e da Forza Italia, descritti fino a poco tempo fa dal Movimento, come il male assoluto. Insomma, forse tutti i torti non ce li ha il buon Alessandro ma bisogna analizzare anche il momento storico tragico del Paese e del mondo intero. Dunque, chi ha ragione? L’establishment del Movimento che approva la nuova formazione governativa o Di Battista, l’integralista e il coerente? Questo problema penso se lo pongano gli stessi membri del Movimento, anche se molti richiamano all’unità, altri stanno valutando la scissione, che comporterebbe non pochi problemi soprattutto in Parlamento, con un governo che ha bisogno di un forte appoggio per iniziare ad intravedere la luce in fondo al tunnel.

 

 

ALL’INTERNO DELLA SELVA OSCURA DELLA RIFORMA DEL FISCO

di Alessio Torrano

Sono anni che in Italia diversi governi, di diversi colori, annunciano la riforma fiscale, in particolare quella che riguarda l’irpef.  In audizione alla commissione finanze della camera, il vicepresidente di Confindustria Emanuele Orsini, svela quanto l’uscente governo, abbia messo a disposizione per la riforma che essi stessi decantavano: 2 miliardi, in ambito fiscale praticamente nulla, cifra con la quale è aritmeticamente impossibile muovere alcuna aliquota verso il basso, o allungare alcuna fascia di reddito sotto un’aliquota inferiore. Auspichiamo che tra le priorità del governo nascente vi sia quella di effettuare finalmente una riforma dell’irpef che alleggerisca in modo sostanziale il carico fiscale alle fasce medie (oggi colpite dal 31 al 38% di aliquota), disboscando quel fastidioso meandro delle detrazioni, che disincentivano lavoro e produttività, e rendendo finalmente agevole calcolare per chiunque il proprio importo dovuto all’erario.

 

IL RITORNO DEL NEMICO DELLA BUROCRAZIA

di Gianluca Lo Mele Buonamico

Renato Brunetta è di nuovo Ministro della Pubblica Amministrazione. Sì, perché dal 2008 al 2011 fu Ministro dello stesso dicastero per il Governo Berlusconi, dove si erse a condottiero della crociata nei confronti della burocrazia e dei suoi “fannulloni”. Le sfide cui è chiamato sono tuttavia diverse di quelle di ieri, bisognerà definire le regole per lo smartworking, ci sarà da continuare i processi di digitalizzazione della PA, nonché rinnovare il contratto dei dipendenti pubblici, con i sindacati da tempo sul piede di guerra. Sfide ambiziose per Renato Brunetta che avrà l’occasione per riscattarsi per l’esperienza precedente, non particolarmente fortunata: la sua riforma in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni fu un fallimento, l’ennesimo tentativo (uno dei tanti) di cambiare radicalmente la burocrazia italiana (senza riuscirci!).

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