Avevo scritto a caldo un pezzo sul Governo Draghi, ma ho preferito attendere e non pubblicarlo in quei termini. L’impressione era quella di trovarmi di fronte ad un tentativo del PD di ricostruire la vecchia maggioranza con una  pesante punizione nei confronti di Renzi, che l’aveva affondata. La cooptazione di parte del centrodestra era avvenuta, selezionando esponenti della Lega sicuramente aperturisti e, principalmente, Ministri di FI pronti, dopo la prevedibile elezione di Draghi al Quirinale, a produrre una scissione nel proprio partito per realizzare il progetto di un gruppo di responsabili con cui sostituire Italia Viva. Ho deciso di non pubblicarlo per provare a cimentarmi, dopo una riflessione più meditata, a cogliere anche gli aspetti positivi.

Il Governo infatti rivela i tratti tangibili di un disegno mattarelliano, al quale Draghi si è adeguato, probabilmente non coltivando il medesimo obiettivo di fondo, perché è consapevole di aver bisogno dei voti dei due partiti alleati del centrodestra se vuole essere eletto Capo dello Stato tra un anno. Non credo che abbia eccessivamente gradito l’imposizione di inserire nell’Esecutivo i tre rappresentati delle maggiori correnti del PD in dicasteri di rilievo e forse, avrebbe volentieri sacrificato Speranza, responsabile di molti errori durante la pandemia, ma ha preferito accettare la linea imposta da Mattarella. Un elemento da valutare positivamente è quello di aver riservato esclusivamente a se stesso le scelte relative ai componenti  del dream team per l’economia ed il Recovery plan, che avrà la diretta supervisione del Presidente del Consiglio. Su tale terreno farà valere la propria competenza ed il conseguente prestigio internazionale,  essendosi riservata la delega per gli affari europei, con l’obiettivo di trattare personalmente con la Commissione la relativa fase di realizzazione. Sotto questo profilo non possiamo non sentirci rassicurati.

Un altro passaggio delicato sarà quello del DL del Governo nel quale verranno definite le competenze dei nuovi Ministeri della transizione ambientale, della innovazione tecnologica e della digitalizzazione della PA. Quanto minore sarà il ridimensionamento del Mise affidato a Giorgetti, tanto più chiaro apparirà il desiderio del Presidente del Consiglio di non scontentare la Lega, dimostrando che non condivide la logica della vecchia maggioranza provvisoriamente allargata, ma che effettivamente si propone di consolidare un’ampia coalizione di Unità nazionale. Se si muoverà in modo determinato in tale direzione, smarcandosi parzialmente dalla soffocante  tutela di Mattarella e dal velenoso abbraccio egemonico del PD, riuscirà a dialogare con le forze più moderate, compresa Italia Viva, cercando di favorire la crescita di una componente centrista di ispirazione liberale e riformatrice, anche con una costola di matrice cristiana. L’unico che, evitando di abbandonarsi ad un facile ragionamento di pancia, sembra aver capito che potrebbe esistere nella mente di Draghi un simile varco, è Silvio Berlusconi, il quale ha rilasciato una responsabile intervista densa di propositi collaborativi, dopo aver incassato il violento ceffone di aver dovuto accettare nel Governo, rispetto alle personalità da lui indicate,  alcuni di coloro che, anche attraverso passi concreti, si erano rivelati pronti ad una scissione per puntellare la vecchia maggioranza.

Conterà molto il numero dei Cinque Stelle che non voteranno la fiducia in Parlamento, perché daranno la misura del livello di contestazione della base rispetto alla nuova linea del movimento ed, allo stesso tempo, contribuiranno al tramonto della linea di ricomposizione della vecchia maggioranza di centrosinistra propugnata da Zingaretti, che su una eventuale sconfitta su questo terreno potrebbe giocarsi l’osso del collo.

Da parte sua Renzi si è dimostrato un grande incassatore, non reagendo alla umiliazione che gli è stata inflitta con il ridimensionamento della sua componente politica all’interno dell’Esecutivo. Tuttavia non può rinviare di un solo giorno la scelta necessaria di proporsi come il federatore di una più vasta componente liberale e riformatrice, per spostare al centro l’asse della politica italiana, che il PD invece intende far gravitare nell’ambito della sinistra. Bisognerebbe poter verificare attraverso atti concreti, come avvertiva Winston Churcill, che  vuole sfuggire alla ricorrente tentazione degli uomini che “non vogliono essere utili, ma importanti”.

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