Un secolo fa, a Livorno, dalla scissione con i socialisti di Filippo Turati nasceva il Partito comunista italiano. Una storia importante, che continua a far discutere. Per quasi cinquant’anni i partiti in Italia hanno avuto sempre delle forti leadership, ma all’interno di una classe dirigente plurale: si pensi alla DC, allo stesso PCI ed anche al PSI. Dal 1994 in poi il sistema partitico è mutato e le leadership hanno condizionato la stessa organizzazione del partito sino in alcuni casi ad azionare movimenti di carattere esclusivamente carismatico. Un tempo avremmo affermato con convinzione che il costituzionalismo liberaldemocratico non può fare a meno dei partiti, oggi, però, i partiti non esistono più, o meglio, non appare più chiaramene definita la funzione che essi sono chiamati a svolgere e del tutto offuscata si presenta la loro struttura organizzativa.

In realtà, lo sviluppo del ruolo dei partiti politici è stato tormentato sin dagli albori della Carta costituzionale del 1948.

Il pluralismo partitico, in un sistema democratico che sarebbe stato fondato sulla coesistenza e sull’antagonismo di forze politiche differenti, fu la stella polare dei Costituenti. Tale assetto se, da un lato, ha garantito la crescita economica del nostro Paese, dall’altro, non ha consentito lo sviluppo di una democrazia matura. Il sistema istituzionale si è bloccato perché è mancato uno dei cardini della dialettica democratica: l’alternanza. La costante mediazione, con al centro del sistema un partito, ha sviluppato le capacità di compromesso attraverso il metodo consociativo ma non ha consentito al sistema di evolvere verso un modello d’alternanza tra progetti e programmi concorrenziali. La mancanza di abitudine ad un modello di democrazia dell’alternanza sarà il motivo per il quale, nel momento in cui la crisi istituzionale dei partiti implode sotto i colpi di Tangentopoli, il sistema non riuscirà ad evolvere verso una democrazia matura.

In quel preciso contesto, a cavallo degli anni ’90, si è avvertita, più che la carenza di idee, quella di uomini capaci di interpretare il cambiamento come la chance per un rilancio verso una democrazia compiuta.

Ed allora ha prevalso la sintesi amico/nemico o destra/sinistra (per rispolverare quella mai sopita italica contrapposizione guelfi/ghibellini). Il sistema si è nuovamente bloccato, non più per la centralità di un partito che aveva una sua dottrina, anche costituzionale, ma per le esigenze del leader di turno. Si è passati così dalla partitocrazia dei partiti ad una partitocrazia senza partiti.

Le degenerazioni del sistema partitico, susseguitesi dal 1948 al 1992, sono state tutte assorbite nel nuovo instabile equilibrio che ha caratterizzato gli ultimi ventinove anni di storia italiana.

Tangentopoli è stata strumentale al crollo dei partiti, le ragioni del loro tramonto risiedono però nella storia. Sul piano internazionale, il definitivo superamento della contrapposizione tra mondo occidentale e blocco sovietico, nonché, sul piano nazionale, la crisi del debito pubblico, le inchieste di Mani pulite e il superamento della conventio ad excludendum nei confronti del partito comunista, hanno confluito nella tempesta perfetta.

I presupposti per una modifica epocale erano tutti contemporaneamente presenti, unitamente ad un senso di profonda insoddisfazione per il ruolo che i partiti politici si erano ritagliati nelle istituzioni. In questo quadro gli eventi citati hanno alterato il nostro sistema politico istituzionale, incidendo sia sulla forma di Governo che su quella di Stato: il tutto a Costituzione formale sostanzialmente invariata. Era probabilmente in quel momento che avrebbe dovuto modificarsi la nostra Carta Costituzionale, al fine di rendere il nostro sistema moderno e attrezzato per affrontare le sfide del futuro. Non modificate le strutture formali del nostro parlamentarismo, del rapporto di fiducia, del ruolo del Presidente della Repubblica, abbiamo assistito inermi a dinamiche del tutto nuove che hanno mutato prassi e consuetudini costituzionali. In questo contesto i vecchi partiti sono stati spazzati via ed i nuovi, che ne hanno preso il posto in un contenitore sostanzialmente invariato, hanno puntato al consenso sulla base di un linguaggio nuovo ma spesso vuoto.

Il conflitto di classe non è più motivo centrale dello scontro politico né è movente del costituirsi dei movimenti politici. Da qui la crisi profonda di una formazione politica, il partito, che nella sua forma embrionale ebbe origine con la gloriosa Rivoluzione inglese del 1688, con le rappresentanze della borghesia agraria da una parte e di quella cittadina dall’altra. Con il coinvolgimento nella politica delle masse operaie e contadine, la forma “partito” raggiunge il massimo sviluppo e, insieme al socialismo, provoca la mobilitazione dell’insieme delle forme culturali occidentali, non ultime quelle religiose. Il partito-massa, con apparato burocratico poderoso e la figura principe dell’intellettuale politico di professione, grazie all’espansione della democrazia parlamentare, è il punto estremo di questo movimento storico.

Essere il partito rappresentante politico degli interessi generali di una parte sociale – la classe di riferimento – ed elaboratore di un sistema di idee (Ideologia) che della classe promuove l’influenza, propagando una visione di società che ne ospita l’egemonia, resta dogma intatto fino agli anni ’60.

Con la middle class questo schema però salta: non più parti che confluiscono, per via conflittuale, in una totalità, ma una totalità che perpetuamente si scinde in parti e si riforma. Viene così distrutta la ratio della forma partito che tendeva a esaltare una parte sulle altre.

L’altra funzione del partito che salta è quella pedagogica, tesa a guadagnare larghe masse analfabete in un sistema organizzato di idee che le sostiene e difende, informandole ed educandole per mantenerle atte al combattimento nell’alterco politico.

Questa funzione viene espropriata dalla socializzazione dei processi pedagogico-educativi e dal dialogo sociale. La formazione della coscienza sociale non avviene più attraverso partiti e non abbisogna più di quel particolare tipo di intellettuale-educatore costituitosi in ideologo e politico di professione.

Con la caduta di Dio e Ragione assistiamo quindi ad una vera e propria crisi dell’ideologia. Le pulsioni culturali lasciano il passo alle pulsioni emotive.

Il sistema partitico si è disancorato completamente dal dettato costituzionale, i partiti sono diventati preda di un monopolio di oligarchi che ne gestiscono in maniera padronale le competenze. Nell’agone politico si definiscono così posizioni sempre più estreme che rendono di per sé difficile il confronto tra le forze politiche e conseguentemente mettono a rischio la tenuta dell’edificio democratico.

Il problema può senza dubbio ricondursi alla crisi della democrazia rappresentativa. Le sedi naturali della democrazia partecipata, ossia i partiti, non riescono più ad assolvere il loro ruolo di luoghi deputati al confronto e al dialogo. È la rete la nuova agorà.

Le nuove tecnologie, proprio per il basso costo e l’alta possibilità di divulgazione, sono state utilizzate come cassa di risonanza delle forze antisistema più attente e sensibili a comprendere le potenzialità intrinseche del sistema stesso.

Nell’epoca in cui la malattia della democrazia è proprio la scarsa partecipazione dei cittadini, qualsiasi possibilità per mobilitare le masse si rivela cruciale. Si tratta di strumenti che possono concorrere ma non sostituire le sedi nelle quali vengono assunte le decisioni politiche.

Il rischio che può derivare dalla rivoluzione innescata dai social media può diventare una minaccia per la stessa democrazia. Nell’arco di pochi anni siamo passati dall’epoca dei sondaggi, che hanno reso tangibili i bisogni e le aspettative, consentendo alla proposta politica di adeguarsi alle esigenze del contingente, alla possibilità di profilare l’elettore attraverso gli algoritmi utilizzati da Facebook e Google. In tal modo, filtrando le informazioni di cui lasciamo traccia in rete, vengono individuati i nostri gusti, le nostre scelte, le nostre idee: questo porta a costruire una bolla ideale intorno a noi, ossia il perimetro delle nostre posizioni consolidate che si radicalizzano nel tempo.

In tale contesto virtuale, ma anche molto reale, le posizioni vengono pur sempre mediate e sintetizzate da un leader; vi è inoltre un problema non trascurabile di digital division e quindi di possibilità di accesso ed utilizzo del mezzo digitale. L’utilizzo delle rete potrebbe ancora ricondursi alla presentazione di proposte e voti, ma non ad un dibattito vero e proprio, orizzontale, tenuto in condizioni di parità. In conclusione, considerata la forma “partito” liquefatta, quale sarebbe la sua valida alternativa?

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