Credere, obbedire, combattere è forse lo slogan più noto creato da Mussolini.

Esso era riportato nell’articolo 4 dello Statuto del Partito Nazionale Fascista ed era una riprova del catechismo bellicoso del Duce.

Giorgio Galli vi ha scritto un libro memorabile.

Nel “credere” c’era tutta la visione assolutistica del Fascismo  contraria a ogni forma di rappresentatività democratica: non era necessario perdere tempo con il voto elettorale (ludi cartacei, secondo il linguaggio della propaganda del Regime) ma bisognava avere fiducia piena e totale del Capo anche se la “scelta” cadeva, per così dire, “dall’alto” (o chissà da dove).

Nell’ “obbedire” era espressa la necessità di una sottomissione del tutto acritica ai provvedimenti assunti dall’Uomo della Provvidenza, che, all’epoca, era Benito Mussolini.

Nel “combattere” v’era l’attribuzione alla guerra di un valore fondante: il conflitto bellico era  ritenuto un vero banco di prova della vitalità di un popolo.

Gli Italiani, abituati alla mansuetudine per essere sempre stati elementi di un gregge “fedele”, accettarono  quello slogananche se poi “mal gliene incolse”.

I lunghi anni successivi all’esperienza fascista, le norme costituzionali sulla centralità del Parlamento non hanno indotto, sul piano della pratica politica quotidiana, gli abitanti dello Stivale a dismettere l’abitudine di “credere” in qualcuno che è imposto dall’alto. Le norme della Carta fondamentale dicono diversamente….ma chi pon mano ad elle?

Perché un tale comportamento remissivo?

Probabilmente, perché  le scelte che i cittadini del Bel Paese  operano, votando, diventano sempre peggiori e disgraziate.

Il nostro popolo “alla docilità avvezzo” stavolta ha avuto anche un alibi:  ha pensato che il coronavirus potesse costituire una ragione valida per evitare di sbagliare ancora.

Ha “creduto”, così, a dispetto delle regole che i Padri fondatori avevano dato, in Mario Draghi pur consapevole che governare la BCE, con la sua burocrazia bene oleata e ben retribuita, è diverso dal gestire la “res publica” nata dalla Resistenza,  anarchica per vocazione e irrispettosa inveterata di ogni gerarchia.

Quello stesso popolo, però, ha dato segnali di non volere “obbedire” a un tale Walter Ricciardi, consulente del Ministro Speranza (libero uguale, com’era prima) che ha minacciato, parlando ai giornalisti come un leaderpolitico,  un nuovo “lockdown”generale, contraddicendo apertamente gli sforzi di Mario Draghi che si affannava, pur con poche e scarne parole, a promettere riaperture per la ripresa economica e produttiva del Paese.

A questo punto è spontanea la domanda: Che fare del terzo verbo: “combattere”, dopo aver creduto in Draghi ma pensato di non obbedire a Speranza-Ricciardi?

I pareri sono contrastanti. C’è chi pensa di subire in silenzio ancora un mese di arresti domiciliari, di fermo delle attività produttive, di discussioni infinite sulle varianti del Covid… e c’è  chi pensa che sia il caso di  “combattere” perché sia almeno soddisfatta le speranza che a coadiuvare l’Uomo della Provvidenza del momento siano veramente i  “migliori” e non  le “scartine” di precedenti, sgangherati esecutivi.

Attenzione, però: chi si chiede se questa sarebbe una guerra giusta per affermare la vitalità di un popolo deve porsi il problema delle definizioni che gli verrebbero affibiate da un sistema mass-mediatico che non sembra essere il migliore del mondo.

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