di Amedeo Manuello Bertetto

 

In una articolo del 2011 comparso su Il Fatto Quotidiano titolato “Cos’è la cultura di destra?” ci si chiedeva come i miti conservatori e reazionari siano entrati a far parte del nostro patrimonio culturale fino a “contaminare”, a volte, in modo più o meno diretto ambiti e realtà persino di sinistra.

Oggi più che mai nasce spontanea la domanda cosa sia la cultura di destra. Questo interrogativo emerge in modo più che evidente in una Italia sempre più lacerata da problemi sociali, disuguaglianze e confusioni identitarie.  L’impatto della disgregazione identitaria del nostro tempo ha portato ad interrogarsi su questa domanda, non tanto per mero desiderio intellettuale o storico-filosofico ma per necessità di dare collocazione all’emersione di una necessità, quella di un’identità sociale, che avendo trascurato per anni la propria forma del pensiero, oggi stenta ad avere le parole ma sembra aver, invece, necessità di gridare la sua appartenenza e la sua disperazione.

I “valori non discutibili” di Tradizione, Giustizia, Libertà, Passato, Origine, Sacro, Patria, Bellezza, etc. oggi sono per molti divenuti concetti di riferimento dai confini effimeri. Oggi la velocità di un mondo che costringe a viver come avatar più ancora che come bruti ha portato all’impossibilità di ponderare le conseguenze del distacco da tali valori, sia come individui, che come comunità.

I valori che Furio Jesi nel 1979 narrava come i capisaldi di un pensiero di destra nel suo “Cultura di destra” (Edizioni Nottetempo, 1979) appaiono sempre di più come una bandiera strappata e sgualcita frustata da un vento senza posa. È un vento nemico? è un avversario chiaro ed antico? A volte si e a volte no. Appare come una forza centrifuga disgregante e continua che ammutolisce la cultura di destra, quasi offesa, risentita, incredula ed allo stesso tempo estremizza sino a far esplodere quella ormai contaminata ed autolesionista di sinistra.

Oggi in un’Italia condotta da un governo che è allo steso tempo il “governo di tutti ed il governo dell’uomo solo al comando” (Mario Draghi), il paese reale è staccato e rinunciatario della Politica. Persino chi si era imposto come antipolitica ne è divenuto espressione nella sua forma più vecchia e sgualcita.  Mentre la “cultura di sinistra”, nel panico, associa ai valori riferiti sopra ed hai loro portatori il semplicistico “bollino” di “Fascista” o “Razzista”. In tutto questo la cultura di destra ancora…riposa, sopita nell’ombra. Chi rischia di più? La propaganda di sinistra attraverso la sua “macchina da guerra culturale” (giornali, editori, giornalisti) a dissotterrare lo zombie francamente troppo gratuito degli -ismi di destra anni ’30 o la cultura di destra a lasciare” soli” i suoi figli continuando a vergognarsi di mostrarsi per paura di essere indicata per cio’ che  non era?

Come definì lo stesso Jesi in uno dei testi acclusi alla nuova edizione,«una cultura, insomma, fatta di autorità, di sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire».

Esser di destra significava, un tempo, poter contare sul passato, sulla sua autorità – che è poi l’autorità del Padre. Oggi invece pare essersi compiuto l’omicidio rituale di quel padre. Nella confusione totale di genere, nella lotta per una parità che mortifica la donna e sottomette il maschio in una rivalsa che si consuma nella morte della giusta promozione, nella distruzione di un patrimonio pur di chiedere scusa per un film all’altare del politically correct.

Oggi la comunità di destra ha bisogno di quegli ideali di cui si sente orfana ed ha bisogno dei nuovi ideali di cui si sente priva. Chissà se è venuto il tempo di parlare per i portatori di una cultura antica ed oggi come ieri più futurista che progressista. Parlare, non per desiderio di potere o di apparizione, ma per dovere di rappresentanza.
Il modello della cultura di destra è un modello che ha una sua ricaduta concreta sul reale, rafforzato nella retorica della segretezza della sua fondazione. Non è un caso che, per spiegare la “macchina ideologica” di questa cultura, Jesi citi un passo di Oswald Spengler tratto dal Tramonto dell’Occidente:«L’unica cosa che permette la saldezza dell’avvenire è quel retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue: idee senza parole».
Idee senza parole, proprio così. Idee talmente insite nel uomo da non dover essere dette, dunque spiegate. Oggi il mutismo della cultura di destra ha portato tali valori ad essere oggetto di vergogna. Il vero capolavoro teatrale di una propaganda di sinistra che ha portate il conservatore di “casa nostra” ad aver paura a guardare al vecchio trittico “Dio, Patria, Famiglia”.

La cultura di destra e dell’area di centro-destra dovrebbe recuperare il dono della parola riposizionando al fianco della logica “del fare” il sacrosanto dovere del “dire”.  Oggi esiste il modo di riappropriarsi della contemporaneità culturale, forzando là dove la deludente macchina ideologica post-comunista, questa volta ha toppato alla grande …quella demonizzazione dell’avversario che ormai lascia il tempo che trova o che a volte lo rafforza.

Il principio di identità. Tale espressione deve trovare nell’ambito della cultura di destra una forte espressione culturale divenendo “catalizzatore” di quegli ideali che rappresentano la “macchina mitologica senza parole” cara a Jesi. Oggi il problema reale dell’identità è alla base del pretesto più meno evidente del contraddistinguere l’elettore di destra o di centro-destra italiano come “fascista”, neofascista o razzista.

Il forte crescente invincibile desiderio di identità è andato di pari passo alla disgregazione di Nazione, Regione, Paese che ha visto in uno dei modelli di sviluppo europei più forti la sua massima espressione. Il concetto legato al principio di Identità è tutt’altro che nuovo. Esso penetra le sue radici negli scritti aristotelici, in Parmenide (VI-V sec. a.C) nella filosofia stoica (III sec. a.C.) e in autori come Duns Scoto (XIII sec), Kant (XVIII sec.) fino ad arrivare alle lotte per i diritti civili negli Stati Uniti del secolo scorso.

La necessità di comprendere le caratteristiche dell’io, le diversità della territorialità delle comunità presenti ed autoctone e di quelle di nuovo impianto è ciò che permane nella costruzione di un modello politico culturalmente di destra (basato sui valori sopra espressi) e chiaramente riconoscibile. Tale modello basato sul principio di identità costituisce la condizione necessaria e sufficiente per la creazione di un sano meccanismo di Xeno-sofia, ossia di conoscenza del diverso o dello straniero spingendo ad un dialogo reale e costruttivo nel rispetto reciproco.  Il principio di Identità va inteso dal rapporto tra due individui sino a quello tra comunità ed anche attraverso un modello politico orizzontale su più livelli, tra paesi, territori e nazioni fino alla scala comunitaria.

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