In questo momento drammatico per il nostro Paese, tutti auspicano che il nuovo Governo possa porre rimedio alle tematiche che appaiono più urgenti, rappresentate dalla ricerca di una efficace cura, tramite i vaccini, per la pandemia da Covid – 19 e dall’intervento atto a fermare la recessione economica (l’Italia è l’unico dei Paesi europei a non essere riuscito ancora a tornare ai livelli di “pre-crisi 2007 – 2008”) e alla derivante crisi del mondo del lavoro.

Il dramma è rappresentato da una situazione economica in cui il disavanzo è di proporzioni mai raggiunte prima tra Prodotto Interno Lordo (PIL) e debiti; siamo, infatti, il terzo Paese al mondo per incidenza del debito pubblico sul Prodotto Interno Lordo. Nel 2019, il rapporto debito/PIL era pari a circa il 35% ed oggi sicuramente abbiamo superato il 150% da cui deriva una crisi sociale, in cui i valori che hanno caratterizzato la nostra società si stanno, purtroppo, annacquando.

Da ultimo, il destino dei giovani, privati, a causa della pandemia, dell’opportunità dello studio, che creerà un gap difficilmente colmabile negli anni che verranno. L’attesa messianica, rappresentata dall’intervento europeo, di cui si continua a dibattere, vale la pena ricordare che riguarderà 81,4 miliardi di sussidi e 127,4 miliardi di prestiti da restituire. Questo presuppone, tra l’altro, l’obbligo imposto dall’Europa di riforme strutturali importanti nel campo della sanità, dell’istruzione, dell’efficienza amministrativa, della giustizia nonché investimenti infrastrutturali materiali e immateriali, grandi opere pubbliche, edifici scolastici, ospedali, economia verde e connessione digitale. Sono cose che obiettivamente sono facili a dirsi ma, in un Paese come il nostro, oppresso, da sempre, da una burocrazia onnipotente a mio avviso, difficili a realizzarsi.

Le prospettive, a mio modo di vedere, non sono molto favorevoli e l’Italia, insieme alla Grecia e alla Spagna, nel quadro generale dell’Europa è tra i Paesi che hanno perduto la grande opportunità dell’unificazione che è stata mal gestita dalla stessa Europa sin dal momento della creazione dell’Euro per la sua stessa struttura statuale che ha mantenuto le diversità delle singole economie nazionali.

I problemi più gravi, ai quali bisognerà dare risposta, riguardano per primo, come detto, la burocrazia paralizzante, costosa e inefficiente che è determinante nelle negatività con cui si manifesta nei confronti della crescita dell’attività economica.

Un altro problema è rappresentato dalla fine dell’impresa pubblica, smantellata improvvidamente (IRI, EFIM, EGAM) che ha deprivato il nostro Paese di infrastrutture economiche materiali e immateriali, dando spazio all’impresa privata che, nel nostro Paese, ha soggiornato poco, preferendo trasmigrare in altre Nazioni, e lasciando una pletora di micro imprese che non riescono a sopravvivere per carenza di attività di ricerca, di innovazione, e di capacità di prospettarsi come competitrici nello scenario europeo, oppresse come sono da norme amministrative incomprensibili e da una fiscalità eccessiva.

E ancora, una giustizia civile paralizzata a causa di un sistema di regole e di una moltitudine di leggi confliggenti. E, da ultimo, il dramma è che il nostro Paese è caratterizzato da città che sono musei a cielo aperto con una potenzialità di attrazione turistica irripetibile e incomparabile rispetto al resto d’Europa e del mondo ma purtroppo, guidato da un Ministero strutturalmente inadeguato a consentirne la crescita.

Una situazione, quindi, assolutamente drammatica alla quale il Governo dovrebbe porre rimedio, affrontando tutti i temi che ho, seppur sinteticamente, indicato.

La classe politica, in questo momento, ha dato origine ad un Governo che potremmo definire di “unità nazionale” ma anche di “confusione nazionale”, per le ideologie in evidente contrasto tra loro, e con visioni, anche delle tematiche economiche e sociali, completamente discordanti.

La possibilità che questo Governo possa affrontare in maniera costruttiva tutte queste tematiche, appare al momento, una speranza difficilmente realizzabile.

Un altro problema che forse più degli altri, non è stato preso in considerazione, è il cambiamento epocale con il quale, anche a causa della pandemia, ci stiamo per confrontare. La decisione di quest’ultimo periodo di ricorrere allo smart working, ovvero allo svolgimento dell’attività lavorativa da remoto e non in presenza attraverso l’uso di computer, tablet e altri supporti elettronici, sta lentamente facendo esaurire quel rapporto che legava il lavoratore con l’impresa, conducendolo ad un isolamento, cui necessariamente non può sottrarsi e che, in prospettiva, viene, al contrario, visto favorevolmente come una grande rivoluzione dell’intelligenza artificiale, che è già parte integrante della nostra vita. Questo cambiamento, se da un lato favorisce la possibilità dell’apprendimento e dell’utilizzazione di nuove tecnologie per fini lavorativi, sta mostrando però come la tecnologia stia stravolgendo il modello di vita al quale eravamo abituati. Ed io rispondo, utilizzando frasi altrui che, se è pur vero che il ricorso alla tecnologia sia un’esigenza indiscutibile, bisogna fronteggiare l’eccesso delle informazioni cui quotidianamente veniamo esposti con un’etica e con una capacità culturale del soggetto, che comprenda cosa gli viene trasmesso. Questa esigenza di interpretare, è un bisogno sociale che deve essere soddisfatto attraverso corsi di formazione che consentano di non essere sopraffatti dai cambiamenti portati dall’avvento dell’intelligenza artificiale. Si creeranno probabilmente due fasce di persone: una che è in grado di capire e di gestire gli algoritmi e le nuove conoscenze prodotte dalla tecnologia e l’altra che non ne sarà capace e che sarà inevitabilmente asservita alla prima.

La globalizzazione ha già cambiato la comprensione di ciò che accade nel mondo. Noi continuiamo a vivere con le idee del passato ma dobbiamo avere anche la capacità di adattarci e di comprendere questo cambiamento epocale della società e, per farlo, è necessario un progetto educativo che non riguarda solo le giovani generazioni. Il ritorno cioè all’insegnamento, anche a fasce di persone non in età scolare che capisca e sia in grado di interpretare il nuovo che la tecnologia sta prospettando.

A seguito di questa rivoluzione, infatti,  nei prossimi cinque anni il 50% dell’attuale forza lavoro dovrà essere riqualificata; potrebbero crearsi milioni di posti di lavoro nuovi, adatti a coloro che parteciperanno e comprenderanno il nuovo processo evolutivo, ma se ne perderanno, forse, più di quanti se ne creeranno, proprio tra coloro i quali, in altri termini, non saranno adeguati, per cultura e formazione, alla grande evoluzione della digitalizzazione, della robotica e dell’intelligenza artificiale.

Il nostro Paese sarà tra quelli più colpiti se non si provvederà, come detto, ad una educazione e formazione dell’evoluzione produttiva e in carenza potrebbe correre pure il pericolo di una crisi democratica. Società come la Apple, Amazon, Facebook, Microsoft, oggi nel mondo, che rappresentino da sole più del 20% dell’intero mercato borsistico americano, non sono mai esistite nella storia dell’umanità. Apple in sole 22 settimane ha raddoppiato il proprio valore che ammonta a 2 mila miliardi di dollari. Oggi società del genere non sono solo il simbolo di un ingente capitale di denaro ma, anche e soprattutto realtà in grado di influenzare in maniera determinante lo stile di vita delle persone senza che esse ne siano coscienti.  Queste realtà infatti non rispondono a nessuno e interferiscono con milioni di altre aziende che si occupano di stile di vita, salute, alimentazione, invecchiamento e di tutto ciò che il mondo di oggi esige per essere “al passo coi tempi”. Ciò accade anche in Oriente.

Questo è accaduto non in nome della libertà che è alla base della concezione vera del termine ma con una malintesa idea di libertà che io definisco liberismo esacerbato. Il paradosso è che gli Stati stanno favorendo, con la loro incuranza a queste tematiche, la nascita di un totalitarismo pseudo liberale che invece mina le basi della convivenza sociale, alla quale io da sempre mi sono ispirato.

Dubito che il nostro Paese riuscirà a confrontarsi con questi grandi temi, poiché priva, non soltanto, di una adeguata qualificazione culturale, nonostante la creazione di un apposito Ministero, ma di una forte identità liberale, a parole da tutti richiamata ma non realisticamente proposta.

Facciamo, quindi, appello al nostro nuovo Governo perché, in aggiunta ai temi economici e sociali da me indicati all’inizio, affronti soprattutto quello dell’educazione alla nuova tecnologia che verrà e ponga in essere rimedi ai condizionamenti delle libertà individuali messe a repentaglio dalle prossime imponenti tecnologie.

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