Un editoriale acuto, come al solito, forse più del solito, di Angelo Panebianco ha fornito una rappresentazione molto chiara dei dubbi strategici dell’intera sinistra e particolarmente del PD. In realtà, tale partito, sin dalla sua sofferta fondazione, dopo aver cambiato diverse volte denominazione e composizione interna, non ha mai affrontato il problema del necessario superamento del vizio originario di essere stato costruito sulle fondamenta ideologiche della lunga tradizione cattocomunista italiana. Al proprio interno la componente riformista è stata sempre minoritaria ed ha determinato il fallimento del tentativo di egemonia renziana, ancorché non privo di qualche criticabile velleitarismo, fino all’inevitabile scissione. Come sottolinea Panebianco, nel PD, pur coesistendo diverse anime, in seguito all’alleanza con il movimento antipolitico e populista dei Cinque Stelle e nella silenziosa acquiescenza delle altre correnti, ha prevalso la linea statalista, assistenzialista, di difesa degli interessi garantiti del pubblico impiego e alleata  col giustizialismo giudiziario.

Matteo Renzi oggi si è guadagnato non solo il merito, (poco riconosciuto, anzi contrastato dalla stragrande maggioranza del media, compreso il Web, dominato da un numero limitato di padroni assoluti) di aver messo in crisi il pericoloso Governo Conte e di aver evocato la nuova stagione di Draghi, determinando un clima di confronto politico aperto ed il superamento del pernicioso scontro tra blocchi impermeabili. I primi sintomi positivi sono da un lato la evidente implosione del M5S, che prelude alla sua molto probabile prossima scomparsa e dall’altro la pur timida, ma molto significativa, marcia di avvicinamento a posizioni più moderate, di una Lega che, rappresentando in misura prevalente gl’interessi della borghesia produttiva del Nord, non poteva ulteriormente coltivare posizioni sovraniste ed antieuropee, senza rischiare di entrare in contraddizione col propriopiù importante riferimento elettorale.

Nonostante l’influenza di un’informazione in maggior parte schierata nel rispetto dell’antica regola “jamais d’ennemies a gauche”, intenta  a sottolineare il presunto opportunismo del partito di Salvini, la provocazione di Panebianco impone di riflettere sull’importanza che si sia avviata una fase di trasformazione strategica dell’intera politica italiana, dopo un quarto di secolo di populismo, partiti padronali, contrapposizioni radicali, fondate su apodittiche affermazioni di incompatibilità tra destra e sinistra, che non  rappresentano reali differenze valoriali e culturali, ma soltanto categorie inventate della politica per marcare un confine artificioso di incompatibilità.

Le sofferenze fisiche, morali ed economiche della pandemia hanno rivelato che si dovrebbe tenere conto di un Paese reale, che non è quello virtuale imposto da una divisione manichea, artificiosamente tenuta in vita troppo a lungo, indulgendo nei confronti del populismo di destra e di sinistra con soggetti politici personali e padronali. La borghesia, che rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani, da troppo tempo, appare rassegnata e priva di un soggetto politico di riferimento di stampo liberale e riformatore, dopo la cancellazione dei partiti identitari della cosiddetta Prima Repubblica. Oggi il tema è tornato di attualità ed il Governo di decantazione di Draghi, con la partecipazione di quasi tutte le forze politiche, potrebbe favorire la necessaria trasformazione delle attuali aggregazioni, costruite più contro gli avversari che per una scelta condivisa di un comune patrimonio di idee e valori. I media dovrebbero enfatizzare il possibile avvento di una nuova politica più rispettabile, anziché enfatizzare soltanto le contraddizioni della Lega, che sono evidenti, perché attraversa una delicata fase di trasformazione da soggetto regionalista ed in parte secessionista, in partito conservatore, che nell’Italia repubblicana, per ragioni storiche, non ha mai avuto.

Sia pure con molte perplessità da parte mia, anzi dovrei dire con una tendenziale contrarietà, il PLI nelle elezioni politiche del 2018, dopo una lunga trattativa col centro destra, aveva preso atto che Forza Italia non voleva dargli spazio in quanto tendeva ancora a raccogliere, come aveva fatto per un ventennio, i voti dei liberali, ricevette dalla Lega una offerta  di candidature nelle proprie liste, due delle quali ebbero successo. Questa era la linea lungimirante di Giorgetti, probabilmente quindi rimproverato e contestato all’interno. Infatti, in vista della coalizione giallo verde, agli eletti liberali fu imposta l’adesione ai gruppi della leghisti e l’abbandono dell’appartenenza al PLI. Un errore, che oggi viene implicitamente riconosciuto dal cambiamento di linea politica, dando ragione a chi l’aveva intuita con l’apertura di allora.

Se tutto questo è indiscutibilmente vero, si impone l’apertura di un confronto nella grande area della borghesia italiana per ridisegnare la rappresentanza dei diversi valori e delle culture in campo, quella riformatrice, oggi rappresentata principalmente da Italia Viva, quella liberale di un PLI che deve riconquistare il posto che gli compete e quella conservatrice della Lega. Gli elettori di orientamento liberale sono oggi privi di rappresentanza, perché troppo a lungo, si sono rifugiati nell’astensione o, come ripiego, hanno votato Forza Italia, che sta vivendo un progressivo declino, rivelando la coesistenza di anime diverse e conflittuali nel processo in corso di definitiva liquidazione.

Bisogna quindi avviare un serrato confronto tra le componenti riformatrici e liberali per cercare di essere protagonisti di una difficile, ma necessaria, transizione dai partiti liquidi dell’ultimo quarto di secolo verso la ricostituzione di soggetti identitari in grado di attrarre intelligenze e professionalità. Oggi si sono ricreate le condizioni per richiamare all’impegno in politica di quella parte migliore del Paese, fino a ieri allontanata dall’arrembaggio di precari, camerieri, amanti, nullafacenti, cassintegrati, cooptati dalle dirigenze padronali dei partiti populisti, fino a farci giungere alla vigilia di uno scivolamento autoritario, che per fortuna sembra essere stato evitato.

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