L’ironia, il sarcasmo, la satira, il “barzellettismo” quotidiano e diffuso sono armi che gli Italiani conoscono bene.

L’italico gregge, abituato alla mansuetudine da secoli di fedeltà alla “madre Chiesa” si rifugia spesso nell’accogliente “porto” delle strofette mordaci, delle frasi caustiche, delle espressioni beffarde, delle caricature irriverenti, dei versi pungenti e sardonici.  E ciò, “un po’ per celia e un po’ per non morir”, soprattutto nei giorni che possono dirsi di “tempesta per le sue libertà”.

Ciò è avvenuto, nei venti secoli successivi al momento in  cui orde barbariche, pacifiche e  provenienti dal medio Oriente e/o violente se orginarie del Nord Europa,  avevano distrutto nella Penisola, definito “giardino d’Europa”, ogni traccia del “meraviglioso antico” di cui scrive Giacomo Leopardi.

Il  popolo italiano che aveva voluto competere con i Cristiani che si lasciavano massacrare di botte dai gladiatori o sbranare dai leoni nel Colosseo, per non perdere il beneficio della contemplazione di Dio nel Paradiso, aveva trovato nella rassegnazione e nella ribellione solo satirica un “giusto mezzo” per accettare le nequizie dei potenti e al tempo stesso sopravvivere, in attesa di giungere, per la sua docilità e mitezza, nel “regno dei Cieli”.

Ciò era avvenuto al tempo dei patiboli del Papa Re, in presenza di ignobili efferatezze di principi, duchi e signorotti sparsi sul territorio dello Stivale, durante le persecuzioni dell’istrionico fascismo di Mussolini… e sta avvenendo oggi, mano a mano che cresce negli Italiani la consapevolezza (per la verità del tutto indolore) di essere divenuti “i coloni” dell’Unione Europea, privati non solo della sovranità collettiva ma della stessa libertà individuale.

Pur ammalati di Covid 19 gli Italiani non possono neppure acquistare, senza il permesso dei “viceré” di Bruxelles, e con i loro quattrini le dosi di vaccino per salvarsi dalla pandemia; subiscono pazientemente  ricorrentilockdown, la minaccia di certificati vaccinali e di future, e non del tutto improbabili liste di proscrizione stilate da virologi assetati di potere e di presenza mediatica. Il passaporto sanitario sostituirà quello tradizionale  e sarà una vera fortuna se non conterrà altri elementi per individuare altre malattie del paziente.

Battute a parte, a “Coronavirus” imperante, vittima dell’italico sarcasmo è stato Giuseppe Conte, denominato “Il signor DPCM” per l’uso giudicato  disinvolto e garibaldino di provvedimenti amministrativi, incomprensibili e farragimosi, certamente improvvisati non tanto per mancanza di tempo quanto di (in)cultura giuridica, formalmente scorretti sotto il profilo grammaticale e sintattico, sostanzialmente contraddittori, ambigui ed equivoci oltre che, spesso arbitrari e limitativi, senza adeguate garanzie, delle nostre libertà costituzionali.

Certamente, Mario Draghi non vorrà “rubare” o “condividere” l’epiteto divenuto di pertinenza di Giuseppe Conte.

Anzi è probabile che il neo-premier voglia mettere ordine nella nostra legislazione dell’emergenza che non ha un addentellato nella nostra Costituzione (lo è in altri Paesi, come Francia e Spagna) e intenda fermamente sostituire, con norme più chiare e comprensibili oltre che meno confuse, l’arraffazzonato codice della protezione civile, emanato in tutta fretta nel 2018 e non migliorato dalle  modifiche successivamente apportate.

Mario Draghi sa che la stesura delle norme immediatamente precedenti al suo mandato è stata affidata a giovani “freschi di studi mal digeriti” di scarsa tempra e sommaria preparazione e sa pure che porvi riparo è per lui un must. Lo faccia e agli esperti di sloganchieda che cosa può fare per lasciare al solo Giuseppe Conte l’epiteto di signor DPCM!

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