La prevedibile deflagrazione della carica di dinamite che ha dato luogo alle improvvise dimissioni di Zingaretti, era in agguato da tempo, collocata sotto la base del PD. Infatti tale partito era caduto nell’ingenuo errore di non aver compreso cosa fosse il M5S, ostinandosi a definirlo forza di sinistra, anziché un movimento antisistema, che, entrato all’interno del potere, inevitabilmente, si è avviato verso l’autodistruzione, coinvolgendo pericolosamente i propri alleati. Il suicidio del PD, forse sospinto con perfidia da Renzi, è iniziato nello stesso giorno della formazione della coalizione giallo rossa. La linea politica caratteristica di un partito intensamente ideologico, era destinata a scontrarsi con i Cinque Stelle o ad una inevitabile sottomissione. È avvenuta la seconda cosa, facendo scomparire dai radar quello che era stato, nelle sue diverse edizioni, per oltre settantacinque anni, il soggetto più coerentemente e caparbiamente portatore dei valori, delle sensibilità, delle inclinazioni, dell’identità, dei vizi e delle virtù della sinistra italiana. il Partito che convintamente aveva perfino cercato di accreditare una sorta di diversità antropologica e che di  tale riflesso era riuscito a contagiare il mondo della cultura ufficiale, dell’arte, del giornalismo, per non dire delle Procure e di gran parte della magistratura militante, che ne è stata l’alfiere ed il simbolo, fino a essersi  posta come il più forte tra i poteri dello Stato, perché l’unico sottratto a qualsivoglia controllo esterno, ma chiuso nella cassaforte di un’autodichia monolitica.

La morte annunciata del PD risale al giorno in cui ha deciso di sottomettersi alla supremazia politica e programmatica del partner di Governo, scegliendo di votarsi consapevolmente alla venerazione dell’uomo che i grillini avevano imposto a Palazzo Chigi ed elevandolo al rango di federatore predestinato di una sinistra, priva di  leader di statura, programmi e idee qualificanti, oltre che stremata da una diaspora correntizia interna. La morte clinica è stata certificata il giorno in cui ha scelto di  inginocchiarsi al modesto Conte, che, in nome dell’emergenza, aveva deciso di  limitarsi a vivacchiare, furbamente accentrando un gran numero di poteri sulla Presidenza del Consiglio e marginalizzando un Parlamento, che, di suo, aveva già la intrinseca debolezza di essere il risultato di un grossolano reclutamento dei primi che passavano nel 2018 e che, successivamente, aveva deciso il definitivo suicidio con la riforma che ne prevede la riduzione di un terzo dei propri membri, senza alcuna filosofia riformatrice che la supportasse, ma solo certificandone la inutilità e la conseguente delegittimazione. Il colpo di grazia finale fu quello di aver accettato il miserabile trasformismo di Conte, attraverso la caccia ai senatori presunti responsabili, peraltro condotta così male da non essere riuscita. Tutto questo unito all’immobilismo di un PD silente, paralizzato, annichilito, al rimorchio di Conte e Casalino, si andava palesando   come l’immagine macabra di un morto che camminava. Dopo, non solo ha dovuto accettare il Governo Draghi e lo spostamento dell’asse della coalizione, ma è caduto nel ridicolo, tentando una sorta di precostituzione di una maggioranza di blocco  tra i partiti della vecchia alleanza, con la creazione di un sottogruppo. Non aveva capito che nell’Escutivo Draghi c’è uno solo che decide, e si chiama Mario Draghi. Non sono pensabili convergenze o intese interne tra le forze che lo sostengono per  condizionarlo, perché producono soltanto l’effetto contrario. Così è stato: è bastata mezz’ora di colloquio del Presidente del Consiglio con Salvini per spiegargli come funzionano le regole della partita, ed il leghista ha immediatamente  capito.  Silenziati Borghi e Bagnai, si è fatto portatore della linea di Giorgetti e Zaia, risultata vincente.

Aver rappresentato il modesto Giuseppi Conte, elegante come un commesso di Cenci, quale statista, l’uomo che avrebbe potuto tenere insieme la sinistra, è stato l’errore più clamoroso. Nel momento in cui il furbo Avvocato si è orientato ad accettare il ruolo di leader del M5S, al PD non è rimasto altro che quello di modesto gregario, in perdita secca nei sondaggi ed in preda alla sanguinosa guerra del si salvi chi può all’interno. La conclusione non poteva che portare alle dimissioni del Segretario, per evitare una ulteriore serie infinita di umiliazioni. C’è da augurarsi per lo stesso Zingaretti che abbia la dignità di confermarle e di non rimangiarsele, perché significherebbe avviarsi, dopo la sconfitta, al pubblico  scherno.

Rimane tutto intero il problema della sinistra italiana, che sta attraversando la più grave crisi esistenziale della sua storia. Non corre il rischio di scomparire o di venire gravemente ridimensionata in nome di nobili posizioni apparse impopolari, ma per aver scelto di proporre soltanto il nulla ed essersi consegnato ad una figura inconsistente, al di là di un effimero  presenziassimo, come Giuseppi e ad una forza politica priva di una orizzonte ideale e programmatico, come i Cinque Stelle. In via di archiviazione gli slogan di uno vale uno, apriremmo il Parlamento come una scatoletta di tonno, abbiamo abolito la povertà, falcidiamo i vitalizi, (ma guardiamoci bene dal toccare le indennità parlamentari e tentiamo di archiviare la piattaforma Rousseau) oggi il Movimento implode di fronte alla negazione di quegli stessi deliranti obiettivi ed appare disposto ad appoggiare un Governo diretto da un grande Commis di Stato, formatosi in quei mondi finanziari, fino a ieri indicati come i peggiori nemici. In più con una maggioranza larghissima, che segna una significativa presenza della destra ed una sua conseguente marginalizzazione.

Se è vero che sinistra significa prima di tutto un riflesso, il riconoscersi in una sorta di chiesa con propri sacerdoti, rituali, parole d’ordine, un legame solido col mondo ufficiale della cultura e dell’arte, il M5S e Conte, che si avvia a divenirne il nuovo capo, sono il contrario. Ha fatto bene quindi Zingaretti, avendo compreso in quali errori era caduto, a tirarsi fuori. Domani, tutto deve fare tranne che tornare sui suoi passi. Se, come sembra il declino del PD è inarrestabile, è prudente che cerchi di farne assumere la responsabilità a qualcun altro. La fuga è vergogna, dicono in Sicilia, ma salva la vita!

Lo scenario che si apre inciderà su tutta la politica.  Se il Centro destra non riuscisse  a porsi come lo scudo e l’interprete più fedele del Draghi pensiero, sbaglierebbe, perché il suo elettorato, stanco delle fumisterie della sinistra e del populismo ignorante dei Cmque Stelle, vuole un centro destra a misura di quella serietà e concretezza, fatta di riservatezza, riduzione delle esternazioni e lavoro in silenzio, oggi impersonati da Draghi. Questi sono in fondo i valori tradizionali della destra moderata, che ne sono strati ovunque nel mondo la sua migliore espressione. Chi sarà capace di impadronirsi dei risultati dell’impegno  silenzioso del Governo, avrà vinto la partita, senza curarsi troppo dei facili proclami della Meloni, ma cercando di favorire a fianco il coagulo, anch’esso difficile, di un centro liberale e riformatore, di cui si sente assolutamente il bisogno, ma che appare ancora, oltre che poco consistente, molto diviso.

Il mondo che sinistra e destra ci hanno consegnato è, in gran parte artificiosamente e volutamente, contrapposto: bene e male, buono e cattivo, bello e brutto, giusto e ingiusto, sacro e profano, opera buona e atto spregevole, categorie che da sempre si contrappongono, come se si inseguissero costantemente per intrecciarsi. Questo loro confrontarsi e scontrarsi in una perenne dialettica, finisce per produrre il frutto  dell’umana colpa, il bisogno di uscire da tale artificioso contrasto, finendo inevitabilmente col generare il miracolo della libertà. Lo stesso immortale poeta Dante Alighieri ci ha si descritto la serena bellezza del Paradiso, ma le vette più alte della sua poesia le ha riservate all’inferno, la rappresentazione autentica della vita vera, quel luogo tremendo e intriso di contraddizioni e di tentazioni verso il quale palesemente batteva il suo cuore di fiorentino ribelle, allontanato, cacciato, ma mai domato.

Questa è la laicità. Saper andare oltre la inesauribile dialettica tra opposti e tendere a quello che fino a ieri era il frutto delle guerre, cioè la pace, o degli scontri etici e dei fanatismi ideologici, cioè la conquista della libertà liberatrice. Un Paese così pieno di contraddizioni, mentre miracolosamente attraversa un momento di pausa nello scontro tra i mostri ideologici, potrebbe cogliere in tutta la sua diversità l’affascinante via del liberalismo.

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