Man mano che, in un mondo globalizzato, i legami nazionali si attenuano, le affinità politiche individuali  acquistano maggiore rilevanza. Così, per esempio, democratici  americani e gauchistieuropei s’intendono meglio di due francesi o di due italiani, se l’uno e l’altro non condividono lo stesso orientamento politico.

In conseguenza, il linguaggio della politica, che non tiene conto del cambiamento intervenuto, può apparirci impreciso e sommario.

Restando nel campo degli esempi, quando si legge o si ascolta che popoli della Terra (gli Americani, gli Inglesi, gli Italiani, i Francesi e via dicendo) “fanno questo e/o pensano quello” si attribuisce, del tutto impropriamente, a  una parte cospicua di popolazione, pur contraria alle scelte dei suoi governanti e dei suoi avversari politici, una qualificazione, spesso negativa, che non la dovrebbe, a lume di logica, riguardare.

In altre parole, molta gente, per scelte politiche che non condivide, è considerata responsabile di azioni che sono definite ex adverso,a dir poco, “non commendevoli”. Un modo corretto di esprimersi sarebbe quello di precisare che  il Governo di un certo Paese con un dato orientamento politico e i cittadini elettori che lo hanno votato, in modo diretto o per interposta persona,  hanno deciso questo o hanno fatto quest’altro.

Naturalmente, la conoscenza degli eventi storici ha la sua importanza. Ancora un esempio chiarisce meglio le idee.

Dal secondo dopoguerra mondiale a oggi, gli Stati Uniti e gli Americani,  si portano addosso la qualifica infamante di essere “imperialisti”, “militaristi”, “dispensatori al mondo di ricette democratiche fasulle”, “assertori mendaci e manichei della difesa dei diritti umani”, “salvatori delle sorti del mondo”o, infine, “nemici falsi del terrorismo internazionale”.

Un minimo di attenzione alla storia del Paese Nord-americano potrebbe rendere chiaro a ogni analista politico serio che il partito “guerra-fondaio” per eccellenza è stato, sostanzialmente, quasi in maniera unica, soltanto quello democratico.

In modo corretto si dovrebbe dire, allora, che i “democratici” americani hanno fatto “questo” e che i “repubblicani” dello stesso paese hanno fatto “questo altro”. E solo in base a una tale “delimitazione” dei confini, esprimere i propri giudizi.

Storicamente, non vi è alcun dubbio, infatti, che sia stato il repubblicano Dwight Eisenhover a firmare l’armistizio in Corea, il repubblicano Richard Nixon a chiudere la partita del Vietnam, il repubblicano Ronald Reagan a porre fine alla Guerra Fredda e il repubblicano Donald Trump a proporre il ritiro di tutte le truppe di guerra statunitensi da tutti i luoghi caldi del Pianeta. Quest’ultimo, in dissenso con il Pentagono e con gli altri centri del Deep Stateche, non a caso, come del resto i Tycoondi Wall Streetsono sempre in pieno accordo soltanto con le scelte dei Governi Democratici. Perché?

Perché le guerre portano soldi all’industria delle armi e alle Banche per i prestiti necessari alle ricostruzioni.

Non è un caso che si finanziano film, documentari, reportagetelevisivi e giornalistici sugli orrori della guerra ma non ci si chiede mai a chi giovano  quegli eventi tragici.

Il caso di Joe Biden è emblematico. Dopo le dichiarazioni di Donald  Trump sul ritiro di tutte le truppe americane dal Medio-Oriente e dai punti caldi del mondo e dopo le resistenze del Pentagono, il neo eletto Presidente Statunitense ha ricominciato a invocare diritti umani, a suo dire, lesi o calpestati in qualche angolo del Pianeta  e interventi umanitari necessari per esigenze di amore universale.

Correggere il linguaggio sarebbe utile anche per rendere più evidenti affinità e solidarietà transnazionali.

Domanda:Perche l’impresa risulta così ardua da apparire impossibile, nel nostro Vecchio Continente?

Perché, nella quasi totale assenza di gente empirista, pragmatica e abituata all’uso della ragione e  in presenza preponderante di sedicenti “idealisti” amanti  di  sommi valori astratti e irrazionali, non si riesce a capire chi mai potrebbe provvedervi nell’Euro-continente. E ciò, perché chi scrive o parla per l’opinione pubblica nella vecchia Europa non insulare non sfugge a questo dualismo: a) o appartiene al mondo dei  giornalisti legati al carro cattolico,  operante nel Nuovo Continente, che è più corazzato di quello delle logge dell’intero Occidente ed è, quindi, totalmente vicino alle banche ebraiche e cristiane;  b) o a quello degli “intellettuali”, che da due millenni non sono più adusi al pensiero libero ma perseguono, piuttosto fanaticamente, l’irrazionalismo insito nell’idealismo filosofico tedesco in prevalenza “gauchiste” e in minoranza “liberal” , imperante negli ambulacri dell’editoria e della stampa.

E’ una battaglia persa in partenza e si capisce bene perché nessuno voglia neppure parlarne.

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