L’uscita dal Partito di personaggi come D’Alema, Veltroni, Bersani, tutti reduci da una rigorosa formazione nel PCI, ha determinato alcuni anni di scelte incerte ed ondivaghe, culminate con la fase della guida di Zingaretti, che, oltre ad essere apparsa debole, in realtà ha privilegiato, dopo la sconfitta elettorale del 2018 e la crisi del Governo giallo verde, la vocazione di tornare al Governo ad ogni costo per occupare posizioni di potere,attraverso un’estemporanea alleanza col M5S. L’agenda politica del Governo Conte 2, di fatto, è stata dettata dai Cinque Stelle, che sono riusciti ad imporre il mantenimento del reddito di cittadinanza ed hanno approvato le leggi liberticide del Ministro Bonafede, compresa la aberrante norma sulla prescrizione mai. Inoltre,cominciata la fase di emergenza Covid 19, il PDsi consegnato al protagonismo di un presidente del Consiglio etero diretto da Rocco Casalino. Secondo la linea originaria del movimento fondato da Grillo, ha avallato una distribuzione quasi del tutto inutile di elargizioni di denaro a pioggia, confermando la teoria del M5S che compito dello Stato sia quello di distribuire ricchezza, questa volta tutta prelevata a debito, nonché a salvataggi onerosissimi di aziende pubbliche e finanziando una Cassa integrazione generalizzata ed il blocco dei licenziamenti. Sono state quindi in tal modo sprecate ingenti risorse, che sarebbero dovute andare invece a ristorare e rilanciare i settori che più avevano sofferto della crisi per la chiusura o il consistente ridimensionamento di molte attività, imposti dalla pandemia. Quando il Governo Conte è andato in crisi per il ritiro della delegazione di Italia Viva, anziché prenderne atto ed assumere una qualsivoglia iniziativa politica, lo stesso PD ha favorito il miserabile mercato della ricerca deitrasformisti, presunti responsabili, addirittura dando in prestito temporaneo una propria senatrice. Dopo il fallimento di tale indecente operazione, quando il Capo dello Stato ha decisodi conferire l’incarico ad un fuori classe come Mario Draghi, non ha potuto tirarsi indietro, ma si è curato soltanto di difendere le poltrone da Ministro per i propri capi corrente, perdendo ogni ruolo politico. Piuttosto ha tentato di peggiorare la situazione, proponendo una sorta di patto tra i partiti della vecchia maggioranza all’interno della nuova coalizione. Il risultato è stato talmente deleterio, che ha finito con l’offrire a Salvinil’opportunità di smarcarsi da un ruolo marginale, divenendo quindi il principale interlocutore di Draghi. In un tale contesto, alla fine, si sono rese inevitabili le dimissioni di un Segretario, apparso incapace di dettare una linea e continuamente strattonato dalle correnti interne.

La scelta di offrire la segreteria ad Enrico Letta in esilio malmontoso a Parigi, dopo la sgradevole defenestrazione da Palazzo Chigi, ha imposto di dover sottostare ad alcune condizioni molto pesanti poste da quest’ultimo per accettare l’incarico, cominciando col nominare due vicesegretarie di propria fiducia ed ottenere la sostituzione dei capigruppo parlamentari, con la debole motivazione di pretendere un’alternanza di genere. Alla Camera l’operazione è stata più semplice per la disponibilità di Del Rio, vecchio democristiano come Letta, mentre al Senato si è dovuta registrare una non lieve resistenza di Marcucci, forte del sostegno della maggioranza del Gruppo. Si è pertanto pervenuti alla sostituzione del Presidente del Gruppo attraverso una nomina di genere femminile, come richiesto da Letta, ma nella persona della Senatrice Malpezzi della stessa componente del capogruppo dimissionato. Tale interferenza della supremazia del Partito, in palese violazione delprincipio costituzionale dell’autonomia parlamentare, ha rivelato una regressione palese del PD verso l’antica vocazione, che sembrava essere stata abbandonata, di un partito ancora significativamente influenzato dalla originaria derivazione dal PCI. L’orientamento verso un’alleanza stabile con il M5S a guida di Conte conferma ulteriormente la ricollocazione del PD nell’originale area catto comunista da cui trae origine il ceppo originario e segna la definitiva sconfitta della corrente riformista e liberale, che già aveva prodotto la scissione del gruppo Renziano, dando vita ad Italia Viva. Tale scissione ha sostanzialmente emarginato i pochi ancora convinti che per una componente, anche minoritaria, d’ispirazione liberale e riformatrice potesse ancora esservi posto all’interno del PD.                                                                                                                        

Anzi le prime mosse della segretaria Letta dimostrano il contrario e fanno preludere alla espulsione dalle prossime liste elettorale di tutti coloro che si richiamano a tale impostazione. Siamo sostenitori da tempo della inconciliabilità tra le idee liberali ed il PD, che ci ha portato in passato a polemizzare con Zanone ed i pochi liberali che vi avevano in buona fede creduto. Bisogna dare atto a Valerio che, con la sua nota onestà intellettuale, nel proprio ultimo intervento in Senato, lo espresse in modo inequivocabile. Gli eventi odierni tolgono ogni residua speranza di qualsivoglia compatibilità tra i liberali ed i catto comunisti, formatisi nelle file del PCI, PDS, DS, PD. I fatti, che sono sempre testardi, hanno finito col dare ragione a chi, come noi, lo ha sempre sostenuto.

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