La prima volta che ebbi l’occasione di imbattermi con la tecnologia cinese ero un bambino.
Arrivò la Befana e alla mia sorellina venne regalato un piccolo medico di gomma seduto: con le fattezze indubitabilmente asiatiche.
Si muoveva a batteria, quel perfetto bambolotto di gomma, non ricordo se dicesse pure qualche parola.
Probabilmente sì.
Oggi più di qualche lettore mi dirà: “embé che c’è di strano?”.
Solo che mezzo secolo fa non era così e il piccolo dottorino che si muoveva…. ci faceva “strano”.
Perché si è voluto ricordare questo piccolo episodio?
Per significarvi l’abile e pervasiva marcia che la Cina sta facendo
-piano piano, con dolcezza- per la conquista dei mercati mondiali: dai bambini agli adulti.
Dai giochi ai sistemi informatici. Dai portantini i risció fino alla conquista dei mari.
Dai rotoli di cartamoneta da scambiareper gioco, alle più raffinate arguzie finanziarie.
Le grandi navi portacontainer riempiono i nostri porti e intasano pure buona parte delle rotte marittime globali.
Hanno, di fatto, in mano la raffinatezza informatica che coordina banche, transazioni e pure…. Wall Street!     Sì.
Perché la potenza economica e finanziaria del Paese più antico al mondo, “scoperto”… (si fa per dire, ma dove?)… da Marco Polo -quanto ci è narrata male la storia-, si fonda su tre pilastri.
L’industria (capitalismo di stato), le banche e le borse sono gli assets strategici attraverso cui -piano piano, con dolcezza- il “cinese” entra nel nostro sangue e ci condiziona già l’esistenza.
Lasciandoci solo l’illusione di contare: di decidere qualcosa (maggioritario o proporzionale, destra o sinistra, democrazia o dittatura: tutte balle!).
Come i soldatini di Fort Apache. Che, forse, si illudono di essere ancora l’attrazione dei maschietti  o il dottorino semovente delle femminucce.
Perché, al posto di quei giochi -man mano che si cresce-, imperano i telefonini, il computer e poi il web, le transazioni finanziarie e speculative.
Tutto in mano dei cinesi.
Ci mancava solo la pandemia: i tempi della salute pubblica saranno anch’essi dettati dal  “Made in China”?
Questa settimana faremo il punto della situazione.
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4 COMMENTI

  1. Non è “Capitalismo di Stato”. E’ capitalismo e basta. Ed il modello è quello di Hong Kong.

    • Lasciamo perdere Hong Kong, lì noi liberali ci siamo già espressi sulla cd. “normalizzazione”

  2. Forse anche noi siamo in Cina, per le merci ci dobbiamo organizzare con un bel porto nell’ alto Adriatico dal nome altisonante e conosciuto in Cina:Venezia.

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