Questa è la domanda che si pongono oggi milioni di Italiani dopo l’entusiastica accoglienza fatta al governo Draghi dai media italiani senza distinzione alcuna, dall’Europa e dal mondo intero. Dopo tre mesi non si è registrato alcun cambio di passo da parte del governo “istituzionale”, del quale fanno parte forze politiche, da sempre in contrasto tra di loro, con la benedizione del Presidente della Repubblica, che auspicava da questa “pacificazione” un impulso per la soluzione dei problemi nazionali. Questo, per quanto è dato di vedere, non è accaduto. Sicuramente la campagna vaccinale ha avuto un’accelerazione e la quantità di vaccini elargiti è molto più rilevante di quanto non fosse all’inizio della pandemia, e questo nonostante le difficoltà delle imprese europee e internazionali fornitrici del prodotto a rispettare gli accordi, i cui termini sono peraltro a noi italiani ignoti e rimanendo a me incomprensibile, parimenti, la conclusione negativa dell’auspicato vaccino italiano. A parte questo dato, per il resto la situazione non appare avviata a risultati positivamente significativi.

Il deficit in rapporto con il PIL è a livelli mai raggiunti da anni – nel 2020 è stato del 9,8% (Istat) mentre nel 2021 è stimato dell’11,8% (Fonte Consiglio dei Ministri) ; la crisi dell’imprenditoria italiana è manifesta; l’industria di Stato non esiste più (a parte Eni ed Enel); la grande industria privata è trasmigrata in altre aree; la media e piccola impresa stenta, oppressa com’è dalla burocrazia e dalla pressione fiscale; l’agricoltura anch’essa non ha subìto concreti miglioramenti da decenni; i commerci – a causa dell’oramai dilagante presenza di Amazon o di realtà similari – sono stati penalizzati nelle forme tradizionali; il turismo langue a causa della pandemia e delle norme sanitarie che, prudentemente, impediscono la circolazione nel nostro Paese.

In questo contesto, l’unica realtà incontrovertibile è la nostra primazia dal punto di vista artistico-culturale rispetto al mondo che ci circonda, rappresentata dalle nostre città d’arte che è possibile ammirare da nord a sud in un susseguirsi di località che non hanno corrispettivo negli altri Paesi del mondo. Tale primazia ha subìto dal governo precedente, peraltro proseguito anche dall’attuale, danni rilevanti , con la chiusura dei musei, delle gallerie d’arte, dei negozi di antiquariato e dei teatri, per cui, finalmente ad essi, da poco tempo, è stata concessa la possibilità di riaprire: si tratta dell’ennesima dimostrazione della non valutazione dell’impatto su questo mondo, in quanto avere precluso, in un momento così tragico per la vita della collettività, l’accesso alla bellezza, a tutto ciò che la cultura ha rappresentato nel tempo come strumento di crescita sociale, di coesione, di annullamento delle distanze tra le classi è, a mio modo di vedere, a causa dei provvedimenti che si sono susseguiti, il vero errore che connota questa stagione drammatica. Io sono vicino a tutti coloro i quali, a vario titolo, svolgono un’attività lavorativa (i ristoratori, gli albergatori, i parrucchieri, i negozianti, i proprietari di centri sportivi e via dicendo), ma mi è incomprensibile che siano state inibite le frequentazioni di luoghi in cui erano stati adottati, come nel caso degli spazi espositivi, provvedimenti talmente garantisti che avrebbero reso impossibile il contagio. L’avere chiuso, tra l’altro, questi spazi, oltre che costituire un danno sul piano economico, ha inibito quel minimo flusso turistico che rappresenta l’unica possibilità in un Paese come il nostro di avere risorse economiche atte a fronteggiare la nostra grande crisi, che ormai si evidenzia nella grave situazione economica in cui il Paese versa.

Avere infine escluso gli artisti dal benché minimo contributo o indennizzo delle perdite registrate nel corso dell’anno 2020 è veramente assurdo. Il mondo dell’arte, in tutte le sue sfaccettature – parlo dell’arte visiva, ma anche della poesia, del teatro, della danza – costituisce la grande risorsa del nostro Paese, che oggi più che mai ha quasi soltanto questo strumento per fronteggiare il declino in cui ormai versa in maniera irreversibile.

Questo mi spinge da tempo a sostenere l’opportunità di una riforma radicale nelle strutture statali che, come ripeto, a livello di capacità propulsiva economica, sono inesistenti come è evidente per il Ministero dei Beni Culturali, oggi MiC, che farebbe bene ad essere assorbito dal Ministero dello Sviluppo Economico, perché in questo modo avrebbe la possibilità di fruire di finanziamenti che attualmente non ha e, a sua volta, il Ministero dello Sviluppo Economico avrebbe ragione di esistere visto che, al momento, non mi pare che presieda ad iniziative significative in questo campo.

È sempre parlando di “progettualità”, che non è dato di vedere nei programmi per il rilancio dell’economia del nostro Paese, non appare comprensibile l’impulso di questo governo, per ottenere l’uscita dalla crisi in cui il Paese si trova, ricorrendo al Recovery Plan che vedrebbe un indebitamento nella misura di all’incirca 122,6 miliardi di Euro, ottenendo in prestito questa somma, a tassi agevolati, in contropartita di un’elargizione a fondo perduto di 68,9 miliardi, per un totale di 191,5 miliardi di Euro.

Il Recovery Plan comporterà infatti un ulteriore rilevante indebitamento del nostro Paese il cui rapporto deficit – PIL è, come detto, all’11,8% del PIL, che con questo prestito andrebbe ad aggravarsi in maniera, a mio modo di vedere, irreversibile.

Ma c’è di più. Le condizioni per ottenere questo prestito prevedono che entro 3 anni dovrebbero essere risolti problemi storicamente affrontati da più di un quarantennio senza soluzione quali, ad esempio, la riforma della Pubblica Amministrazione, la riforma fiscale e soprattutto la riforma della giustizia e la promozione della concorrenza. E mentre i fondi messi a disposizione dovrebbero essere utilizzati nel quinquennio 2021-2026, l’Italia dovrebbe fare queste riforme entro il 2023.

Come riuscirà questo governo in questa impresa titanica, che non è riuscita a governi di ben altra statura e di più grande determinismo, a realizzare il Recovery Plan nel breve periodo indicato dall’Europa, è una domanda alla quale ragionevolmente non mi pare facile dare una risposta. Abbiamo constatato invece, ancora una volta, “l’effetto del Premier”, per gli osanna che sono stati tributati a questa sua proposta indistintamente, sia dal Parlamento che dalla stampa e dai media in generale. Se a questo si somma la constatazione che nel nostro Paese la libertà ha subìto un forte ridimensionamento, a causa delle violazioni reiterate al disposto costituzionale rappresentato dalle norme della Costituzione disattese dai provvedimenti sanitari da tempo adottati – quali, ad esempio: l’articolo 13 sull’inviolabilità della libertà personale; l’articolo 16 sulla libertà di circolazione; l’articolo 17 sulla libertà di riunione; l’articolo 18 sulla libertà di associazione e gli articoli 33 e 34 sulla libertà dell’arte e dell’insegnamento –, per chi, come me, crede che la libertà sia l’elemento fondamentale da far prevalere nella vita, unitamente alla solidarietà per coloro che sono meno fortunati, la domanda che mi pongo è: “E’ questa l’Italia per la quale per lunghissimi anni mi sono prodigato e che lascerò in eredità ai miei figli e ai miei nipoti?”.

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