Guardando al mondo greco antico, ci sono analogie con la nostra epoca? Sì, l’attualità di Socrate è sconcertante… ognuno potrà, leggendo, tirare le proprie conclusioni.

Quanta inconsapevole ignoranza scorre nel mondo e quanti errori di valutazione condizionano le nostre vite, ci avete mai pensato? Penso proprio di sì… L’infodemia, la pandemica diffusione dell’errore rinforzata dai social, non ha una cura immediata, non ha un vaccino per contrastarla e per questo diventa più difficile sconfiggerla. Ma non perdiamoci d’animo, c’è sempre una soluzione e spesso è più a portata di mano di quanto si creda. Chi non sa e parla dice spesso cose errate, crea confusione, afferma e smentisce… come risolvere? Facciamo un salto nel lontano mondo greco antico ricco di “mali” simili ai nostri, ma altrettanto denso di suggerimenti molto azzeccati.

Sapere di non sapere è sapere, frase che contraddistingue l’indagine filosofica di Socrate, il primo importante filosofo dell’Occidente a cui è riconosciuto il merito di aver fondato la Filosofia Morale. L’oracolo di Apollo a Delfi era la fonte religiosa più autorevole del mondo greco e, ne l’Apologia, opera di Platone dedicata al maestro Socratela Pizia, sacerdotessa attraverso cui si esprimeva il dio, aveva dichiarato che nessuno era più sapiente di Socrate. Sapere di non sapere è sapere è divenuta nel corso dei secoli quasi un sentenza, una dichiarazione di ignoranza. Con il suo dialogo confutatorio, un dialogo curativo perché in grado di aiutare le persone a liberarsi da idee preconcette, quelle che oggi definiamo stereotipi, il Grande Ateniese mise in luce ciò che noi definiamo la consapevolezza di sé, dei limiti umani, della possibilità di migliorare, di essere felici come esseri pienamente realizzati. Eppure l’ignoranza sembra imperare, la decadenza culturale viene sbandierata ogni giorno, si dice che le nuove generazioni siano prive di vere competenze: forse facciamo, come si dice, di tutta l’erba un fascio. Probabilmente, incontrandoli, siamo incapaci di riconoscere gli altri. E non è un problema della pandemia, della didattica a distanza, credo sia un dilemma legato alla difficoltà ad entrare in contatto pieno con le persone e con il loro vissuto da ascoltare. Quanto sappiamo degli altri che ci vivono accanto? Ahimè, troppo soltanto di ciò che sembra.

Non si possono negare le lacune culturali, i congiuntivi dimenticati, la lingua italiana distorta da neologismi improponibili e su cui dovremmo impegnarci con molto rigore per ovviare ad una deriva inaccettabile, ma il sapere è solo didascalico? Il sapere è conoscere le nozioni? Anche i nostri insegnanti ci hanno sempre detto che non basta memorizzare la grammatica per superare gli esami… sapere di non sapere è dunque anche rendersi conto delle proprie lacune per porvi rimedio. Tutto ciò non è promuovere l’ignoranza come traguardo ma è sconfiggerla con la consapevolezza. La frase di Socrate è lo strumento per riconoscere i propri limiti, chi conosce tutto? Nessuno. Anche le persone più colte hanno lacune e ciò permette di fermarsi un momento prima di dire castronerie, di tacere prima di criticare gli altri senza aver messo in discussione se stessi; il metodo socratico non serve ad azzittire ma ad aiutarci reciprocamente per progredire un passo alla volta con la perseveranza e l’impegno di chi vuole riempire l’ignoranza di vera conoscenza: il fine ultimo è quello di ridurre il vuoto pericoloso di chi crede di sapere ed invece non sa.

Sapere di non sapere è dunque la prima tappa di chi vuole diventare sapiente di un sapere che prima di tutto è conoscere l’essere umano dentro di noi (conosci te stesso) per poi, attraverso l’incontro con gli altri, allargare i confini della propria limitatezza. Senza dimenticare che conoscere i propri limiti significa anche salvarsi la vita: se non sono in grado di camminare sulla fune è bene saperlo prima di avventurarcisi. E questa è soprattutto una metafora.

Maria Giovanna Farina, filosofa e scrittrice

Articolo pubblicato su Il mattino di Foggia, 6 aprile 2021 (versione on line)

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