Secondo alcuni politici e taluni datori di lavoro (ma i veri numeri non escono fuori) numerose aziende non riuscirebbero a trovare lavoratori stagionali. Detta così, in assenza di verifiche e approfondimenti, può sembrare una notizia bomba che ovviamente getta discredito sui presunti fannulloni, giovinastri dediti ai vizi e alla nullafacenza. E dire che c’è più di qualcuno che avallerebbe paghe da fame tese a favorire solo ed eslcusivamente gli imprenditori (o presunti tali). Insomma ben venga il lavoro stagionale contrattualizzato nel rispetto delle norme vigenti, mentre occorre mettere al bando ogni tentativo maldestro di sfruttamento di giovani e meno giovani. Spiace che le associazioni di categoria non giochino a carte scoperte evidenziando ciò che i loro associati realmente offrono in cambio delle ore lavorate. Appare quindi chiaro che sullo sfondo campeggino molte menzogne e mezze verità. Il lavoro stagionale, quello rientrante in un periodo di tempo stabilito nell’arco dell’anno e a tempo determinato, deve essere svolto nella legalità e senza inacettabili forme di abusi padronali: concetto che a quanto pare molti hanno dimenticato perchè obnubilati dalla gestione del potere che può indurre ad evidenti visioni deformanti della realtà.

Sotto accusa è finito il reddito di cittadinanza che al netto di abusi e storture senza dubbio presenti è un sussidio, un aiuto a favore di chi ha di meno. Cosa c’entra con le paghe da fame che alcuni vorrebbero elargire a favore dei lavoratori stagionali spesso “a nero”? Industriali, albergatori, ristoratori, gestori di lidi balneari, imprenditori agricoli facciano, prima di lanciare accuse, un attento esame di coscienza. Appare molto comodo evadere contributi e tasse impiegando personale non in regola sebbene solo per pochi mesi all’anno. L’impiego stagionale è normato e ben codificato a seconda degli ambiti di assunzione: fare finta di niente in maniera strumentale appare vile e meschino. Urge pertanto un tavolo di confonto alla luce del sole capace di far emergere numeri e dati per smontare quanto da un pò di tempo alcuni vanno sostenendo. I sindacati, spesso accucciati sulle posizioni confindustriali, tornino a fare il loro mestiere cercando di tutelare i lavoratori anche se impiegati solo per poco tempo. La politica dal canto suo non presti il fianco a facili strumentalizzazioni piuttosto si impegni nel dare risposte concrete ai tanti disoccupati e i partiti si sforzino a pungolare le realtà datoriali affinchè si uniformino agli standard europei tesi a garantire la tutela dei lavoratori, anche se stagionali.

A svolgere un ruolo di verifica e controllo dovrebbero essere gli ispettori del lavoro, coadiuvati da altri organi preposti, con lo scopo di far emergere e sanzionare forme di illegalità diffusa al nord come al sud della Penisola. Sbagliano, quindi, quei media che invece di capire le vere motivazioni della presunta ma urlata scarsità di mano d’opera si appiattiscono nell’ascoltare il suono di una sola campana senza voler approfondire la tematica. Gli italiani, in particolare gli under quaranta, non sono affatto dei lavativi ma di certo non possono e non devono essere considerati alla stregua di nuovi schiavi per garantire ad altri profitti e guadagni smodati frutto di pratiche illegali. Occorre uscire dall’equicovo: il lavoro stagionale non deve essere sinonimo di sfruttamento, semplice principio che dovrebbe sottendere ogni democrazia liberale.

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