IL 4° GOVERNO CAVOUR,  PRIMO  DEL REGNO D’ITALIA  (1861)

Il primo governo dell’Italia unita, si trovò subito di fronte un’enormità di gravi problemi.  Armonizzare il sud col resto del paese per economia, dazi, norme e consuetudini (e qui Cavour predicava un’evoluzione chiara, ma graduale) decidere cosa fare dell’esercito Garibaldino, assorbire i debiti pubblici degli antichi stati, estendere il sistema ferroviario a tutta la penisola, eliminare l’analfabetismo, far decollare uno sviluppo industriale, inserire i napoletani nei ruoli pubblici, convincere i latifondisti meridionali ad investire nelle fabbriche come al nord, assestare il bilancio dello stato e risolvere il problema del Veneto e di Roma capitale.  Fermati i disegni di Garibaldi su Roma, a Cavour restava di decidere su cosa fare di ciò che rimaneva dello Stato Pontificio, tenendo nel massimo conto che un attacco a Roma sarebbe stato fatale per le relazioni con la Francia.  Il progetto immaginato dal Conte, in originale attuazione del principio di “Libera Chiesa in libero Stato”, e perseguito fino alla sua morte, fu quello di proporre al Papa la rinuncia al potere temporale in cambio della rinuncia da parte dello Stato del giurisdizionalismo verso la chiesa, ma le trattative vere non cominciarono neppure, per la totale intransigenza del Papa.  In attesa del momento internazionale favorevole, Cavour però non rinunciò mai, nonostante le insinuazioni di parte repubblicana, all’idea di Roma capitale né tantomeno ad uno stato fondato sulla libertà e il diritto, basti vedere cosa dichiarò in parlamento :  “Perchè noi abbiamo il diritto, anzi il dovere, di chiedere, di insistere perché Roma sia riunita all’ Italia?  Perchè senza Roma capitale d’Italia non c’è Italia. …i principi di libertà da me accennati debbono, o signori, essere inscritti in modo formale nel nostro statuto, debbono far parte integrante del patto fondamentale del regno d’ Italia” .

Intanto proseguiva, vivacissima, la dialettica nel nuovo parlamento, ormai nazionale e Garibaldi ebbe un durissimo scontro nel 1861 con Cavour per la decisione di quest’ultimo di sciogliere l’Esercito meridionale, forse l’episodio più tumultuoso della vita di Cavour, se si esclude lo scontro con Vittorio Emanuele dopo l’armistizio di Villafranca.  Cavour voleva evitare il riconoscimento dell’armata dei volontari garibaldini protagonisti dell’impresa nelle Due Sicilie, nel timore che l’esercito venisse influenzato dai radicali e, su questo irremovibile, ne dispose lo scioglimento.  In difesa del suo esercito, il 18 aprile 1861 Garibaldi, deputato al Parlamento, pronunciò un veemente discorso, accusando “la fredda e nemica mano del Ministero Cavour” di aver tentato di provocare una guerra civile.  Il Conte reagì con violenza chiedendo, senza successo, al presidente della Camera Rattazzi di richiamare all’ordine il generale.  La seduta fu sospesa e pure se Nino Bixio (nella, per lui inedita, parte di moderato) tentò nei giorni successivi una riconciliazione, questa non avvenne completamente, anche perché ne mancò il tempo.  Rimase così un episodio isolato, che lasciò amarezza in entrambi, ma che non poteva certo annullare la gigantesca opera da loro compiuta.  Il 29 maggio 1861 Cavour ebbe un improvviso grave malore, attribuito dal suo medico a una crisi malarica, ma tutte le cure praticate non ebbero effetto, tanto che il 5 giugno si dovette chiamare un sacerdote francescano suo amico, Luigi Marocco, parroco di Santa Maria degli Angeli, per l’estrema unzione. Costui, come gli aveva sempre promesso, lo confessò e gli somministrò l’unzione, ignorando sia la scomunica del 1855, sia il fatto che Cavour non avesse per niente ritrattato le sue convinzioni e scelte anticlericali, motivo per cui il frate fu dal Papa sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale.  Cavour chiese poi di parlare con Luigi Carlo Farini al quale, come rivelò la nipote, confidò a futura memoria : «Mi ha confessato ed ho ricevuto l’assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il buon popolo di Torino sappia che io muoio da cristiano. Verso le nove giunse al suo capezzale il Re. Nonostante la febbre il Conte riconobbe Vittorio Emanuele, tuttavia non riuscì ad articolare un discorso completamente coerente : “Oh sire! Io ho molte cose da comunicare a Vostra Maestà, molte carte da mostrarle : ma son troppo ammalato. Niente stato d’assedio, nessun mezzo di governo assoluto.  Tutti sono buoni a governare con lo stato d’assedio […] Garibaldi è un galantuomo, io non gli voglio alcun male.  Egli vuole andare a Roma e a Venezia, e anch’io : nessuno ne ha più fretta di noi. Quanto all’Istria e al Tirolo è un’altra cosa. Sarà il lavoro di un’altra generazione. Noi abbiamo fatto abbastanza noialtri: abbiamo fatto l’Italia, sì l’Italia, e la cosa va”.  Secondo l’amico Michelangelo Castelli le ultime parole del Conte furono: «L’Italia è fatta – tutto è salvo», così come le intese al capezzale Luigi  Farini.   Il 6 giugno 1861, a meno di tre mesi dalla proclamazione del Regno d’Italia, Cavour moriva così a Torino nel palazzo di famiglia.  La sua fine, del tutto inattesa, lasciò il Paese attonito e suscitò un immenso cordoglio, ai funerali vi fu un’enorme e straordinaria partecipazione a dimostrazione di come quell’uomo, solo in apparenza freddo, fosse entrato nel cuore del suo popolo e Giuseppe Verdi, con commozione, chiamò anche lui “Padre della Patria”.   A suo successore, fu nominato Bettino Ricasoli,  il Regno d’Italia,  unito nella Libertà,  continuava.

 

Fine.

 

 

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