L’abbozzo di una crisi troppo timidamente minacciata da quella specie di clone giallorosso che fu  l’anima del governo Conte-bis farebbe solo sorridere se dietro ad essa non ci fosse una forte crisi identitaria che lacera ormai una sinistra priva di idee e progetti.
Con il PD ora guidato da un ex-dc richiamato in servizio e da un M5S condotto dall’ex-premier  ancora suonato da quel terribile ceffone che gli assestó “Matteo il terribile” (al secolo Matteo Renzi).
Dove pensano di andare con tutta quella serie di “stop-&-go” che stanno intimando a Mario Draghi? Di più: quale credibilità residua ha quel duo di reduci da spendere dopo di essere stati di fatto castrati dal gigliato in tutta la loro spinta propulsiva?
Perché tanto Enrico (ricordate l’episodio della campanella?) che Giuseppe (ricordate il voto-c’è-o-nonc’è?) sono stati alquanto pertutbati da quell’ex premier troppo ambizioso per piegarsi solo un nínìn al referendum… Ma ci riprovano i due.

Ed eccolo lì l’alfiere fiorentino che appunta ancora l’alabarda.

Ma pure a destra (perché la linea politica ove il vento reale, non quello del “per chi voteresti se…?”, soffiasse verso il Clan Meloni sarebbe questa) non è che si respirino arie più salubri.
Lo “scippo” dell’opportunista Lucio Malan, passato armi e bagagli da Forza Italia a FdI,  testimonia che il dopo-Berlusconi è già iniziato.
Non si risparmieranno munizioni nello scontro tra Giorgia e Matteo: che nasconde la contesa vera tra l’anima europea popolare e quella sovranista.
“Se Atene piange, Sparta non ride” dice la massima.
Mario Draghi lo sa bene ed è consapevole di avere la copertura di Sergio Mattarella e della Commissione europea a cui ha presentato un piano di riforme finalmente credibili e ottenendo -in cambio- una marea di denaro.
È come se ci avessero detto, in Europa, che l’Italia ha passato l’esame solo per Mario Draghi.
Ed è vero.
È assai difficile ammetterlo, ma è così.
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