Premettiamo subito un fatto. 

Il vero liberale non.. “appartiene” a schieramenti pre-confezionati (ché gli verrebbe l’orticaria), né accetta “ordini di scuderia” da parte di alcun presunto capo-bastone. 

Il #liberaledoc. non partecipa proprio  a questi giochi, né scatta sull’attenti a cadenze prefissate. 

È unico ed è solo con la propria coscienza democratica che fa i conti.  

Il Nostro è un perfetto solista: di più è forte della propria autonoma capacità di libero scernimento tra fatti,  uomini e pure schieramenti entro cui ci vorrebbe a forza irreggimentare questo sistema maggioritario. 

Lui si ritiene, poi, assolutamente libero di sezionare sia a destra che a sinistra: ovvero in altre direzioni, laddove altri personalismi dovessero palesarsi. 

Questa è in estrema sintesi la nostra linea: quella che in buona sostanza abbiamo approvato a larghissima maggioranza nell’ultimo Congresso Nazionale di Roma e che spetta al nostro Presidente applicare.

Lui lo fa con grande e certosina pazienza: alle volte accettando pure ingenerosi giudizi detrattori. Persino assistendo a scissioni di atomi che poi finiscono per disperdersi nel grande e vuoto buio cosmico politico italiano. 

Accade ancora oggi.  Pazienza. Perché il vero liberale opziona sempre per l’armonia e l’unione  piuttosto che per la separazione delle poche forze civiche rimaste. 

Ogni tanto, però, il suo animo lo spinge lungo la seconda via. 

È il caso di Roma. 

“La disgiunzione tra due elementi è la relazione tra due insiemi che non hanno alcun elemento in comune”.

Non si potrebbe trovare  miglior definizione di questa per riferire su di una pratica scelta politica che noi potremmo far nostra nella scheda elettorale il prossimo autunno. 

Non intendendo affatto scomparire, estraniandoci, dalla scena e pure dalla lotta civica. 

Non solo perché il nostro glorioso Partito ha già fornito a Roma Capitale importanti e autorevoli uomini di riferimento. 

Che appartegono alla storia della città. 

Oggi una buona parte di questo universo, ad esempio, non ha  condiviso affatto -a destra- la imposizione, fatta a titolo personale e ad uso esclusivo del proprio “clan”, di un candidato sovranista (imposto in solitudine,  con altre due comparse a fare da… soprammobili) quale candidato  Sindaco della Capitale.

Si regolerà di conseguenza questo mondo, non intendendo fare la marionetta di alcuno e pure per assestare alla giovane leader virtuale la sua prima lezione di umiltà. 

Perché fare politica significa ascoltare  (checché ne dicano i sondaggi: ché non sono affatto credibili quando circa il 70% degli interpellati non risponde proprio alle domande).

Pareva a noi che la prova delle amministrative avrebbe potuto significare una straordinaria occasione per mettere in soffitta quel  grande fallimento che sono stati Virginia Raggi e il resto della carovana M5S. 

Per fare il bene di Roma.

Non l’ha proprio fatta, la vuota sovranista grillina, una azione ricognitiva sui temi aperti: in più aggiungendo ad essi tutta una serie di ostacoli aggiuntivi che  hanno finito per aggravare oltremisura lo stato della città. 

L’individuazione di una persona onesta -auspicabilmente un vero politico, uso più a comporre che a scindere- e capace, avrebbe potuto in primo luogo riordinare le cose, per poi ampliare i servizi civici. 

Questa sembrava a noi la migliore opzione da scegliere. 

Non ci siamo tirati indietro. Idividuando più figure che avrebbero potuto assolvere questo ruolo impegnativo: da Guido Bertolaso (se tecnico) a Maurizio Gasparri (se politico), nel fronte di centrodestra.

Ma pure Carlo Calenda e Roberto Gualtieri  sarebbero dei capaci Sindaci “politici”, dall’altra parte del tavolo. 

Invece, con grande arroganza, Giorgia Meloni ha voluto battere i pugni sul tavolo. 

Chissà perché l’imperio è una procedura usuale dalle parti di Piazza Venezia…

Intendendo significare, la donna, che Roma è … “Cosa Nostra” (dove un Tribuno della Plebe avrebbe potuto far rialzare la testa a tutti quanti noi).   Ne prendiamo atto. 

Non intendendo affatto rimanere chiusi in casa i liberali moderati del PLI intendono pure esercitare fino in fondo quella modalità di voto propositivo che ci dà pure questa legge elettorale.

Votare disgiunto, per un liberale di destra 2.0, significherebbe optare per le figure di Carlo Calenda o di Roberto Gualtieri, mentre per il Consiglio Comunale il suo voto potrebbe andare verso una forza centrista moderata collegata a un partito popolare europeo con cui 

-in tanti Municipi-  si potrebbe tracciare una reale intesa. 

Si può fare?    Si può, si può.

 Sante Perticaro-Luca Sebastiani 

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