Cancellare la Storia…ammetto il mio totale sconcerto davanti alle notizie sugli eccessi della “cancel culture”. Gli episodi sono sempre più frequenti e stupefacenti: mi pare persino banale osservare che è assurdo giudicare personaggi vissuti in epoche caratterizzate da valori completamente diversi e di pretendere addirittura di giudicarli anche in ambiti che nulla hanno a che vedere con le attività a cui devono la loro memoria storica.

Ancora più evidente è constatare che proprio la tanto vituperata cultura occidentale di stampo liberal-democratico ha prodotto le società più aperte della storia. Di conseguenza proprio al processo storico di maturazione di tale cultura devono la loro stessa possibilità di esprimersi le numerose minoranze che ora reclamano “risarcimenti” sotto forma di revisione della narrazione storica o di introduzione di norme arbitrarie in nome della “correzione” della società.

Come è ben visibile a tutti, questo fenomeno si verifica in contrapposizione alla deriva reazionaria e populista che stanno affrontando le democrazie parlamentari. Il contrasto è particolarmente visibile nei paesi anglosassoni: negli USA il “politically correct” è sempre più pervasivo mentre si osserva la permanenza – malgrado tutto – del partito repubblicano su posizioni trumpiane. Analogamente, nel nostro Paese le lunghe (e poco costruttive) polemiche sul DDL Zan, espressione di milieu culturali vicini alla “cancel culture”, avvengono mentre i sondaggi mostrano partiti di destra come Lega e FdI oltre il 40%, ai massimi storici.

Una volta di più è dunque verificata l’attuale tendenza alla polarizzazione delle società occidentali.  La politica basata sui social network non riesce ad avere un approccio costruttivo, costretta com’è in uno sterile gioco di slogan, tweet e tifoserie che non permette di approfondire i temi e trovare un punto di sintesi pena l’apparire traditori della causa ed essere penalizzati nei sacri sondaggi di opinione (malgrado ad ogni tornata elettorale essi si dimostrino fallaci).

Oggi la principale linea di demarcazione tra aree politiche riguarda l’atteggiamento verso la “novità”: i “progressisti” tendono a valorizzare il “cambiamento” e ad apprezzare ogni proposta di palingenesi della società, spesso senza farsi domande sulla direzione e la fondatezza di tale cambiamento: basta sentirsi in marcia verso una società “migliore”.   Di converso i “conservatori” tendono ad essere nostalgici di tempi andati e idealizzati, coltivando le ansie di chi è intimorito dall’incessante dinamica di cambiamento, percepita come incontrollata e destabilizzante.   E’ un dato ormai riconosciuto, ma è bene sottolineare quanto questa linea di demarcazione differisca da quella tradizionale tra “destra e sinistra”: tra i progressisti troviamo infatti anche accesi sostenitori della meritocrazia, della globalizzazione e delle virtù dei mercati mentre tra i conservatori si annidano forti tendenze stataliste che sorprendentemente si accompagnano a pulsioni anarchiche e anti-sistema.

Normale spostamento del dibatto politico? Purtroppo no. La superficialità e la faziosità del dibattito su gran parte dei media, trascinati dai social network e dalla necessità impellente di attirare l’attenzione e il “click” sul titolo ad effetto stimolano l’estremizzazione inducendo la formazione di “tribù” chiuse allo scambio di idee con l’esterno: i fautori della cancel culture ne sono un chiaro esempio.

In una realtà sempre più complessa è di assoluta necessità che il dibattito politico avvenga con gli opportuni approfondimenti e soprattutto evitando il dogmatismo che tanto si attaglia alla politica per slogan. A problemi articolati devono corrispondere analisi e soluzioni altrettanto articolate e per quanto possibile concordate e tempestive: il contrario della dinamica che ha caratterizzato l’ultimo decennio.

Lungi dall’essere superato, l’approccio pragmatico e strutturalmente avverso agli estremismi che caratterizza il pensiero liberale, che non pretende di costruire mondi ideali ma affronta ogni tema con consapevolezza e realismo, risulta dunque più indispensabile che mai.

Difendere le istituzioni delle democrazie liberali valorizzandone la storia e la cultura sono una priorità assoluta: non si tratta di una vaga invocazione retorica ma di una vera e propria chiamata alla difesa dei valori che hanno prodotto un sistema sociale che – pur senza pretese di perfezione – è senza dubbio tra i più liberi e sviluppati mai realizzati.

Teniamolo ben presente quando abbiamo la tentazione di allinearci ad una delle due “tribù”.

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